Dott.ssa Lucia Guidi

L'emergenza climatica agisce come un amplificatore delle vulnerabilità del nostro sistema sociale. Il 'lockdown climatic...
08/08/2026

L'emergenza climatica agisce come un amplificatore delle vulnerabilità del nostro sistema sociale. Il 'lockdown climatico' genera una condizione di isolamento forzato che colpisce con profonda intensità chi presenta pregresse fragilità cliniche, relazionali o socio-economiche. La reclusione domiciliare prolungata per sfuggire al caldo estremo taglia fuori dalle reti di supporto, elementi essenziali per il mantenimento dell'equilibrio psichico e per la regolazione emotiva.

Il caldo estremo impone un nuovo lockdown ai più fragili: anziani, malati cronici e famiglie senza aria condizionata restano chiusi in case che possono diventare trappole termiche. Studi scientifici e istituzioni europee indicano un aumento di crisi psichiatriche, disturbi del sonno, ricoveri e mortalità, mentre cresce la necessità di sistemi di allerta, assistenza territoriale e spazi pubblici climatizzati.

03/08/2026
Nella pratica clinica vedo spesso un’asimmetria che la ricerca comincia a documentare. La psicoterapia può bastare da so...
04/07/2026

Nella pratica clinica vedo spesso un’asimmetria che la ricerca comincia a documentare. La psicoterapia può bastare da sola per affrontare molte forme di sofferenza, mentre in altri casi ha bisogno del sostegno di un farmaco per diventare praticabile. Sul farmaco da solo il discorso è diverso: la ricerca sulla prevenzione delle ricadute mostra che chi include la psicoterapia nel proprio percorso, da sola o insieme al farmaco, mantiene nel tempo risultati più stabili rispetto a chi si affida solo alla terapia farmacologica. E nella mia pratica clinica, un farmaco che agisce senza un lavoro parallelo sul significato di quello che si vive tratta il sintomo, ma non necessariamente la persona: per questo non lo considero mai, da solo, un punto d’arrivo sufficiente.

Fonti 📚
Nord C.L. et al. (The British Journal of Psychiatry, 2021) - Studio sulle differenze di attivazione neurale tra trattamenti psicologici e farmacologici.

Castrén E. & Antila H. (Molecular Psychiatry, 2017) - Rassegna sul meccanismo con cui i farmaci favoriscono la plasticità cerebrale e su come l’esperienza successiva ne guida gli effetti.

Voderholzer U. et al. (Frontiers in Psychiatry, 2024) - Meta-analisi sull’efficacia combinata e sulla prevenzione delle ricadute a lungo termine.

Vinkers C.H. et al. (Molecular Psychiatry, 2024) - Rassegna sulle evidenze per la sospensione delle terapie psicofarmacologiche, incluse quelle antidepressive.

ITALIARette RSA e Alzheimer: quando il contratto privato è nulloC'è una premessa che sento di fare. In questi anni la gi...
28/06/2026

ITALIA

Rette RSA e Alzheimer: quando il contratto privato è nullo

C'è una premessa che sento di fare. In questi anni la giurisprudenza italiana sta riconoscendo qualcosa di importante per le famiglie che affrontano l'Alzheimer di un familiare: quando i bisogni sanitari e assistenziali di una persona sono inscindibili fin dal primo giorno, non può essere la famiglia a sostenerne da sola il costo. Mi auguro che un percorso simile diventi possibile anche a San Marino, fornendo tutto l'aiuto necessario a persone che troppo spesso restano sole nel loro dramma. Non per la cattiva volontà di qualcuno, ma perché ci troviamo davanti a un fenomeno sociale cresciuto in modo esponenziale nell’ultimo decennio, per il quale le risorse umane ed economiche destinate a questo bisogno restano, ad oggi, ancora troppo poche rispetto a quanto servirebbe.

Un esempio concreto di questo orientamento arriva dal Tribunale di Castrovillari, che con la sentenza n. 763/2026 (depositata il 29 maggio 2026) ha condannato una struttura residenziale a restituire 49.931 euro agli eredi di una paziente con Alzheimer, ricoverata nel maggio 2019. L'autorizzazione formale dell'ASL era arrivata solo alcuni mesi dopo e, nel frattempo, la famiglia aveva sostenuto per intero i costi della degenza sulla base di un contratto privato firmato all'ingresso. Il giudice ha affermato un principio che va oltre il singolo caso: se le condizioni cliniche richiedevano già, dal primo giorno, un percorso sanitario e assistenziale inscindibile (come spesso accade nelle demenze gravi), il contratto privato che addebita la retta alla famiglia è nullo fin dall'origine, anche per il periodo precedente alla presa in carico dell'ASL. La sentenza prevede inoltre che sia l'ASL, e non la famiglia, a farsi carico delle somme da restituire.

Secondo Consulcesi & Partners, il network legale che ha seguito il caso, questa pronuncia si inserisce in un orientamento che si sta consolidando: tra il 27 e il 28 maggio 2026 la Corte di Cassazione ha depositato cinque ordinanze nello stesso senso. È una tendenza, non ancora una legge nazionale uniforme, che può avere conseguenze molto concrete. Secondo il rapporto Alzheimer Europe 2025, in Italia vivono oggi oltre 1,43 milioni di persone con demenza, e sono migliaia le famiglie che in questi anni hanno pagato di tasca propria rette da diverse migliaia di euro al mese.

Chi si trova in una situazione simile, con una retta pagata privatamente prima o durante l'attesa del riconoscimento dell'ASL, può avere titolo per chiedere un rimborso. È una valutazione che va fatta caso per caso, con un legale specializzato in materia.

Istituto della Memoria San Marino

Fonte e approfondimento:

Il Tribunale di Castrovillari ha condannato una Rsa a restituire quasi 50 mila euro agli eredi di una paziente affetta da Alzheimer, dichiarando nullo il contratto di ospitalità sottoscritto all'ingresso in struttura. (ANSA)

16/06/2026

«L'abbigliamento è una delle prime forme di codifica sociale del genere. Esiste una fascia di abbigliamento legata all'infanzia e una legata all'adolescenza, alla persona adulta. Quando si confondono questi livelli, si manda un messaggio preciso». A Leggo, lo afferma la dott.ssa Claretta Femia, consigliera e referente CNOP per l'infanzia, parlando del fenomeno dell'ipersessualizzazione delle bambine.

«L'estetica è la parte meno rilevante di tutto il discorso», osserva Femia. «In pre-adolescenza si iniziano a mettere i mattoncini per costruire la propria identità. Il corpo è una parte di quell'identità, è la prima parte che mostriamo al mondo. Il rischio dell'abbigliamento ipersessualizzato è che quella parte diventi l'unica che conta. Che la bambina impari a valutarsi in base all'aspetto esteriore invece che sulle proprie competenze, sulle relazioni, sulle sue capacità nel gioco».

C'è una frase della dottoressa Femia che vale la pena portarsi a casa. Era una domanda tecnica – le conseguenze cliniche dell'ipersessualizzazione precoce si vedono subito o dopo? – e la risposta è stata questa:

«Quello che stiamo facendo adesso, lo vedremo qualche anno dopo».

Non è una condanna. È una bussola.

L'abbigliamento che compriamo oggi, i complimenti che facciamo oggi, i modelli che offriamo oggi non producono effetti immediati e visibili. Producono una direzione. E la direzione, dice Femia, dovrebbe essere una sola: «Far sì che il bambino possa mantenere uno spazio di gioco, di costruzione di identità, anche non sessualizzata precocemente. I bambini sono delle piccole persone, non degli oggetti. Sono dei piccoli soggetti».

Un soggetto non ha bisogno di essere ammirato. Ha bisogno di spazio per diventare.

16/06/2026

Femminicidio: che cos'è e perché si chiama così

Quando si discute se il femminicidio "esista", si rischia di trasformare in opinione un fenomeno che la ricerca studia da cinquant'anni. Come psicologhe e psicologi sentiamo la responsabilità di riportare il discorso su quello che gli studi, i dati e l’esperienza clinica hanno già documentato, perché comprendere questo fenomeno fa parte del nostro lavoro di ogni giorno.

La parola ha una storia precisa. La criminologa Diana Russell usa il termine femicide nel 1976, parlando al Tribunale internazionale sui crimini contro le donne, e ne mette a fuoco il significato nel volume del 1992, quando lo definisce come l'uccisione di una donna in quanto donna, cioè per ragioni che hanno a che fare con il genere. Negli stessi anni l'antropologa messicana Marcela Lagarde conia in spagnolo feminicidio, poi reso in italiano con femminicidio, allargando il concetto fino a comprendere le forme di sopraffazione e di violenza che spesso preparano il terreno all'omicidio. Serviva una parola nuova proprio perché "omicidio", termine neutro, finiva per cancellare l'informazione che più conta, e cioè il movente.

Prima ancora delle teorie, sono i numeri a raccontarlo. Nel 2025, secondo il report del Servizio analisi criminale del Ministero dell'Interno, in Italia sono state uccise 97 donne, di cui 85 in ambito familiare o affettivo e 62 per mano del partner o dell'ex. C'è un dato che colpisce più di tutti: mentre gli omicidi complessivi calano fino al minimo degli ultimi dieci anni, gli omicidi di donne dentro la coppia restano fermi, con le stesse 62 vittime sia nel 2024 sia nel 2025, tanto che le donne arrivano a rappresentare la quota più alta mai registrata sul totale delle persone uccise. Gli uomini vengono uccisi in contesti molto diversi e quasi mai da chi dicono di amare, e questa asimmetria si ripete identica anno dopo anno, segno di un fenomeno strutturale che ha una sua grammatica riconoscibile.

Quella grammatica la conosciamo bene, perché è materia clinica prima ancora che statistica. Il femminicidio arriva raramente all'improvviso, dal momento che di solito è l'ultimo gradino di una lunga escalation. Già nel 1979 la psicologa Lenore Walker, nel suo studio sulle donne maltrattate, descriveva il ciclo della violenza, in cui si alternano una fase di accumulo della tensione, l'esplosione vera e propria e una fase di riconciliazione che illude e trattiene la vittima, mentre la spirale a ogni giro si stringe un po' di più. Anni dopo il sociologo Evan Stark ha aggiunto un tassello che ai clinici dice molto, quello del controllo coercitivo, una forma di dominio fatta di svalutazione, isolamento, sorveglianza, controllo del denaro e delle relazioni, capace di non lasciare lividi e di restare per questo invisibile a chi osserva da fuori. È dentro dinamiche come queste, segnate dal possesso e dall'incapacità di accettare un rifiuto o una separazione, che si misura la distanza tra il femminicidio e gli altri omicidi.

Riconoscere questa specificità produce conseguenze molto concrete. Permette di prevenire, perché aiuta a valutare il rischio nei passaggi più pericolosi, a cominciare dalla fine di una relazione. Permette di proteggere chi è in pericolo e di prendere in carico, nei programmi dedicati, gli uomini che usano violenza, con l'obiettivo di interrompere le aggressioni e ridurre il rischio che si ripetano, tenendo sempre al primo posto la sicurezza delle donne. Permette, a chi resta, di dare un nome al proprio dolore e di sentirsi finalmente creduta. Una parola precisa diventa così uno strumento di lavoro, perché dove manca il nome si fatica perfino a vedere il problema.

Su questo terreno la legge 181 del 2025, che ha introdotto nel Codice penale il reato di femminicidio all'articolo 577-bis, ha recepito quanto la comunità scientifica andava dicendo da tempo. Nella stessa direzione si muove l'Unione europea, visto che la direttiva 2024/1385 nomina espressamente sia il femminicidio sia il controllo coercitivo tra le forme della violenza contro le donne. Quelle norme riconoscono un movente specifico, fatto di odio, dominio e possesso esercitati sulla donna in quanto donna e radicati in una cultura precisa, e gli danno un nome perché senza nome non lo si può contrastare. La dignità di ogni vittima resta identica davanti alla legge, e proprio per questo distinguere il movente aiuta a capire e a prevenire.

Come psicologhe e psicologi mettiamo a disposizione le nostre competenze, dai centri antiviolenza alla valutazione del rischio, dal lavoro con le vittime a quello con gli autori, fino alla formazione di chi accoglie le donne nei servizi. La parola femminicidio è il primo di questi strumenti, e rinunciarvi vorrebbe dire tornare a non vedere, come società intera, ciò che con fatica abbiamo imparato a riconoscere.

𝐶𝑜𝑛𝑡𝑟𝑖𝑏𝑢𝑡𝑜 𝑑𝑖 𝐹𝑟𝑎𝑛𝑐𝑒𝑠𝑐𝑎 𝑆𝑐ℎ𝑖𝑟 𝑆𝑒𝑔𝑟𝑒𝑡𝑎𝑟𝑖𝑎 𝑑𝑒𝑙 𝐶𝑜𝑛𝑠𝑖𝑔𝑙𝑖𝑜 𝑁𝑎𝑧𝑖𝑜𝑛𝑎𝑙𝑒 𝑒 𝑑𝑒𝑙 𝐶𝑜𝑚𝑖𝑡𝑎𝑡𝑜 𝑃𝑎𝑟𝑖 𝑂𝑝𝑝𝑜𝑟𝑡𝑢𝑛𝑖𝑡𝑎̀ 𝑑𝑒𝑙 𝐶𝑁𝑂𝑃, 𝑑𝑖 𝑐𝑢𝑖 𝑒̀ 𝑐𝑜𝑜𝑟𝑑𝑖𝑛𝑎𝑡𝑟𝑖𝑐𝑒

Per approfondire 👇
https://www.psy.it/femminicidio-che-cos-e-perche-si-chiama-cosi/

Ogni genitore di un figlio adolescente conosce quel momento: la porta sbattuta, il silenzio, la risposta tagliente. La r...
08/06/2026

Ogni genitore di un figlio adolescente conosce quel momento: la porta sbattuta, il silenzio, la risposta tagliente. La rete offre tecniche per gestirlo. Quello che quasi mai dice è che quella rabbia è un messaggio e che per capirlo la domanda giusta non è "cosa c'è che non va in lui", ma "cosa sta succedendo tra noi". Ho scritto qualcosa su questo.

https://www.luciaguidi.com/articoli-e-riflessioni/rabbia-e-adolescenza-facciamo-il-punto

Invecchiare è sinonimo di fatica e farlo con garbo significa avere la capacità di negoziare con essa. Spesso, nel mio la...
21/05/2026

Invecchiare è sinonimo di fatica e farlo con garbo significa avere la capacità di negoziare con essa.
Spesso, nel mio lavoro ma anche nella mia vita, incontro il dolore di chi vede il proprio corpo cambiare, rallentare, mutare forma, ed è portato a vivere questo processo come un tradimento.
Eppure, esiste un'alternativa all'essere spettatori passivi del tempo che scorre: invecchiare è un atto creativo, una reinvenzione che richiede coraggio, ironia e la fierezza di abitare ogni centimetro della nostra “nuova pelle”

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Non è facile invecchiare con garbo.
Bisogna accertarsi della nuova carne, di nuova pelle, di nuovi solchi, di nuovi nei.

Bisogna lasciarla andare via, la giovinezza, senza mortificarla in una nuova età che non le appartiene, occorre far la pace con il respiro più corto, con la lentezza della rimessa in sesto dopo gli stravizi, con le giunture, con le arterie, coi capelli bianchi all’improvviso, che prendono il posto dei grilli per la testa.

Bisogna farsi nuovi ed amarsi in una nuova era, reinventarsi, continuare ad essere curiosi, ridere e spazzolarsi i denti per farli brillare come minuscole cariche di polvere da sparo.
Bisogna coltivare l’ironia, ricordarsi di sbagliare strada, scegliere con cura gli altri umani, allontanarsi dal sé, ritornarci, cantare, maledire i guru, canzonare i paurosi, stare nudi con fierezza. Invecchiare come si fosse vino, profumando e facendo godere il palato, senza abituarlo agli sbadigli.

Bisogna camminare dritti, saper portare le catene, parlare in altre lingue, detestarsi con parsimonia.
Non è facile invecchiare, ma l’alternativa sarebbe stata di morire ed io ho ancora tante cose da imparare.

Cecilia Resio, "L'odore dei leoni", Youcanprint, 2016.

Si chiama love bombing: una fase di bombardamento affettivo in cui l’altro ti sommerge di ciò che sembra amore, presenza...
12/05/2026

Si chiama love bombing: una fase di bombardamento affettivo in cui l’altro ti sommerge di ciò che sembra amore, presenza e promesse a un’intensità impossibile da sostenere nel tempo.

Permea nei pensieri e nella quotidianità invadendola completamente.
Si è presenti nella mente dell’altro costantemente, in ogni momento, e questo diventa la chiave per entrare nella nostra. Inizia sfruttando bisogni legittimi (essere visti, scelti, desiderati) per poi usare queste stesse emozioni contro di noi attraverso un ritiro improvviso che lascia in bilico, a cercare di capire come tornare al sogno ad occhi aperti di “prima”, gestendo alti e bassi che creano la stessa dipendenza del gioco d’azzardo, facendoci credere di esserne la causa.

Alla base troviamo quasi sempre una persona con difficoltà profonde nella gestione dell’intimità: incapace di tollerare la reciprocità, abituata a usare l’altro per regolare i propri stati emotivi piuttosto che per costruire un legame reale. Può avere tratti narcisistici, ma anche un attaccamento ansioso o dipendente (ciò che accomuna non è una diagnosi, ma il pattern: sedurre per trattenere, non per incontrare).

Dall’altra parte non c’è necessariamente una persona fragile nel senso patologico. C’è una persona umana, con bisogni legittimi di connessione, che in quel momento incontra qualcuno capace di intercettarli con precisione chirurgica.
Certi vissuti (un periodo di solitudine, una storia di attaccamento insicuro, un trauma non elaborato) possono abbassare la soglia di riconoscimento dei segnali.

Ma la vulnerabilità non è una colpa, e non è una causa: è semplicemente ciò che il love bombing cerca e trova.​​​​​​​​​​​​​​​​

Indirizzo

Via Luigi Cibrario 25, Borgo Maggiore
San Marino Città
47893

Orario di apertura

Lunedì 09:00 - 19:00
Martedì 09:00 - 19:00
Mercoledì 09:00 - 19:00
Giovedì 09:00 - 19:00
Venerdì 09:00 - 19:00

Telefono

+393355298648

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