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LACAN A TAHITI Nella Psicoanalisi di Jacques Lacan, il linguaggio non serve semplicemente a descrivere la realtà, ma la ...
01/06/2026

LACAN A TAHITI

Nella Psicoanalisi di Jacques Lacan, il linguaggio non serve semplicemente a descrivere la realtà, ma la fonda e la struttura.

Attraverso l'atto del nominare, il vuoto informe assume consistenza simbolica e acquista un significato per il soggetto.

Senza il nome, la cosa resta un'entità inattingibile.

Il concetto si articola su due livelli chiave della sua teoria:

Da una parte, la "Cosa" (Das Ding) rappresenta l'aspetto più primordiale e caotico dell'esistenza. Dare un nome a una cosa implica introdurla nell'ordine del linguaggio (il Simbolico), trasformandola da una presenza muta e angosciante a qualcosa che può essere compreso, gestito e desiderato.

Dall'altra, la celebre massima lacaniana "la parola è la morte della cosa" esprime proprio il paradosso del nominare: il nome sostituisce e fa sparire la materialità dell'oggetto fisico, ma al contempo lo fa esistere come realtà psichica e culturale per l'essere umano.

Ne abbiamo un esempio negli studi antropologici di Robert I. Levy: per mesi dopo giorno l'antropologo ha convissuto con la popolazione di Tahiti, caratterizzata da un tasso di suicidi particolarmente elevato.

Nel corso dei suoi studi, Levy ha avuto una straordinaria intuizione: nella cultura taitiana la parola dolore descrive solo la sofferenza fisica, lasciando muta, senza parole, la sofferenza mentale. Ciò la renderebbe incomunicabile e pertanto impossibile da affrontare se non sul piano "reale" dell'attacco al corpo.

Robert I. Levy è nato il 1 giugno del 1924.

Per approfondire:
-Robert I. Levy - "Tahitians: Mind and Experience in the Society Islands";
-Jacques Lacan - "Il Seminario, Libro VII, L'etica della psicoanalisi".

DIOGENE INCONTRA MICHEL FOUCAULTIl filosofo Diogene di Sinope (IV secolo a.C.) è stato forse il più celebre e radicale e...
28/05/2026

DIOGENE INCONTRA MICHEL FOUCAULT

Il filosofo Diogene di Sinope (IV secolo a.C.) è stato forse il più celebre e radicale esponente del cinismo, antica corrente filosofica diffusasi nel mondo antico greco ed ellenistico.

Per Diogene, la ricerca filosofica era una pratica di vita quotidiana provocatoria, volta ad incarnare la virtù come "ritorno alla Natura" (Physis).
Diogene considerava le leggi umane, le tradizioni, i costumi e i titoli nobiliari come costrutti artificiali e ipocriti.
L'unico modo per “essere autentici” sarebbe seguire le “leggi della natura”, che sono semplici e universali.

Secondo la concezione stoica, il saggio non deve dipendere da niente e da nessuno.

Meno bisogni si hanno, più si è liberi e simili agli dei. Per questa ragione, Diogene allenava deliberatamente il corpo e lo spirito a sopportare la fame, il freddo e le fatiche della vita povera. Viveva infatti dentro una botte e possedeva solo un mantello, un bastone e una ciotola (che poi gettò via vedendo un bambino bere dalle mani).
Diogene violava volutamente i tabù sociali e il senso del pudore in pubblico per mostrare l'ipocrisia delle regole civili.

Il filosofo sosteneva sempre quella che riteneva essere la verità, in modo crudo e diretto, a chiunque. È la “parresìa”: il dovere e il diritto di esprimere la verità in modo crudo, immediato e senza filtri politici o di cortesia.

Diogene considerava inutili i dibattiti logici e metafisici delle altre scuole filosofiche.

Per lui, la Verità di un concetto si dimostra vivendolo, non parlandone in dibattiti retorici;
Quando girava di giorno con la lanterna dicendo "Cerco l'uomo", Diogene metteva in luce una verità dolorosa da digerire per gli uomini di ogni tempo.
Quella del filosofo era una provocazione per sottolineare che tra la folla vedeva solo individui conformisti e nessun essere umano autentico che vivesse secondo la propria vera natura.
Diogene sosteneva infatti che la società producesse solo maschere (politici, soldati, ricchi), ma non "uomini autentici".
Ogni costrutto culturale, affermava il filosofo, altro non sarebbe che una formulazione ipocrita che allontana l’uomo dalla felicità.
In sintesi, per Diogene la verità corrisponde all’autenticità radicale; la verità coinciderebbe con l'atto di spogliare l'essere umano da tutte le sovrastrutture artificiali della società per ridurlo alla sua essenza naturale e nuda.

Il movimento filosofico di Diogene torva eco nella ricerca del francese Michel Foucault. Secondo Foucault, i cinici antichi agivano in modo da “restringere la verità”, per catturarne gli elementi essenziali.

La perdita di contatto con la dimensione essenziale della vita, afferma Foucault, deriverebbe dall’effetto del sapere, che finisce per sommergere la verità. Il sapere per Foucault è sempre un “sapere-potere”, che col il suo dispiegarsi allontana l’uomo dall’esperienza autentica della vita.

Per questo, per Foucault è necessario un riequilibrio tra “sapere” – “potere” – “verità”.

Foucault riflette sul celebre “episodio della falsificazione della moneta” che riguarda proprio Diogene: il filosofo è stato esiliato con l’accusa di aver falsificato le monete della sua città, Sinope. Aver “tosato” le monete per alterarne il peso diviene metafora della sua filosofia: il termine greco per “monete”, “nomisma”, indica infatti anche le “leggi”, che i cinici cercano di “falsificare”, mostrando l’inganno che le abita.

Foucault sottolinea la necessità di riprendere queta operazione, per cogliere l’effetto del sapere-potere come dispositivo che altera il rapporto con la vita nell’esperienza umana, deformandola.

Questo aprirebbe alla possibilità di una “vita altra”, fuori dai vincoli del sapere-potere e dai suoi effetti; la lezione di Diogene è centrale: il filosofo è l’anti-Re, superiore persino ad Alessandro Magno, perché a differenza di un sovrano non ha alcun vincolo. La vita del sovrano, schiacciato dai protocolli, sarebbe invece inautentica.

Foucault tratteggia il profilo di un’altra vita, fuori dall’abitudinario e dagli schemi dell’ordinario: una “vita altra” fatta di “un poco di verità” che passa per un “denudamento”, proprio come per Diogene, che cerca la verità facendo esperienza della rinuncia.

Il filosofo cinico si fa povero per imporre alla società la vista di quello che vuole rimuovere, l’orrore del reale che cerca di cancellare: la verità della miseria e della sofferenza umana. La smorfia cinica riflette l’emergere di questo rimosso, che beffardamente il cinico impone di vedere.

Foucault sottolinea la dimensione teatrale della vita del cinico, che si mette in piazza, senza nascondersi, proprio per essere visto, per svelare la dimensione di inganno, di ipocrisia che sorregge le norme, le tradizioni e i costumi sociali.

E la verità? Il filosofo Pier Aldo Rovatti scrive:
“Che cosa vuol dire verità?... La verità è ridurre al minimo, la verità è il poco di verità, e questa riduzione al minimo è legittimata da una posizione di critica del potere”.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Pier Aldo Rovatti – “Michel Foucault”;
-Diogene di Sinope – “Vita Cinica”;
-Michel Foucault – “Il coraggio della verità”.

“DIVENTARE PSICOANALISTA” SECONDO GABBARD E OGDEN«Solo dopo esserti qualificato [come analista] hai la possibilità di di...
25/05/2026

“DIVENTARE PSICOANALISTA” SECONDO GABBARD E OGDEN

«Solo dopo esserti qualificato [come analista] hai la possibilità di diventare un analista. L'analista che diventi sei tu e solo tu; devi rispettare l'unicità della tua personalità: è quella che usi, non tutte queste interpretazioni [queste teorie che usi per combattere la sensazione di non essere veramente un analista e di non sapere come diventarlo].»
(Bion, 1987)

Cosa significa “divenire psicoanalista”? Potremmo chiederci, per prima cosa, se sia un’espressione “adeguata” per descrivere la figura dello psicoanalista. Quella dell’analista, infatti, è una funzione simbolica, una posizione, più che una questione dell’“essere”.

Per Glen Gabbard e Thomas Ogden, due tra i più influenti psicoanalisti contemporanei, il processo che porta a “divenire psicoanalista” assomiglia a quello della maturazione psichica.

Con il processo di “maturazione psichica” il percorso per divenire psicoanalista condivide ad esempio l’importanza di “pensare” e “sognare” la propria esperienza di vita, tanto a livello individuale quanto nel rapporto con l’altro.
In questo senso, nei due processi trova un posto centrale il valore dell’identificazione proiettiva come strumento per rendere “pensabile” ciò che sarebbe “impensabile”.

Tutto questo avviene in un processo di costante oscillazione tra rapporto con l’altro e rifiuto del rapporto.

Come osserva Winnicott:
«Esiste una fase intermedia nello sviluppo sano in cui l'esperienza più importante del paziente in relazione all'oggetto buono o potenzialmente soddisfacente è il suo rifiuto.»

La maturazione della funzione analitica si tradurrebbe poi in un nuovo modo di “sognare”, come forma di “rêverie”; viene infatti descritta una modalità di elaborazione psichica non lineare, che mescola processo primario e secondario.

Scrivono Gabbard e Ogden;
“Il lavoro del sognare è il lavoro psicologico attraverso il quale creiamo un significato personale e simbolico, diventando così noi stessi.”

Vi è poi la dimensione “contenitore – contenuto”: da una parte la capacità di entrare in contatto con i propri pensieri più disturbanti, contenendoli e lavorandoli; dall’altra l’esperienza di rottura e riparazione, di contatto e di relazione con l’altro e il suo sentire psicologico ed emotivo.

Quali sono gli aspetti che Ogden e Gabbard hanno osservato nel “divenire analisti”?

I due autori colgono l’emergere di una “voce autentica” nel loro lavoro, diversa da quella delle figure per loro significative del loro passato. Se a lungo, nella loro funzione, hanno fatto ricorso ad espressioni, gesti, elementi di stile dei loro analisti, maestri e di coloro che li hanno orientati, la maturazione dell’analista passerebbe per la rinuncia a questi elementi di identificazione, per lasciare pieno spazio al proprio stile.

Scrivono:
“Nel processo di diventare analista, si deve essere in grado di commettere atti di parricidio nei confronti dei propri genitori analitici, espiando al contempo il parricidio nell'atto di interiorizzare una versione trasformata di loro”.

Un altro tassello centrale della maturazione della funzione analitica è legato al lavoro di controllo / supervisione: per Gabbard e Ogden questa esperienza porta a maturare la consapevolezza di quanto il lavoro analitico sia di per sé inesauribile. Questa costatazione richiede di abbandonare ogni fantasia narcisistica di completezza, per lasciare spazio alla curiosità, all’accettazione di non essere perfetti ma, come sottolinea Winnicott, “sufficientemente buoni”.

Proseguono poi i due autori:
“Ogni analisi è incompleta… il transfert è interminabile, il controtransfert è interminabile, il conflitto è interminabile. Un'esperienza generativa in analisi mette in moto un processo che continuerà per tutta la vita dell'analista.”

L’autoanalisi diviene allora un processo fondamentale anche se non sostitutivo dell’analisi vera e propria. La propria autosservazione fa parte del lavoro psichico che ogni soggetto continua a fare nel corso della sua vita. In quest’ottica, la fine dell’analisi è “solo” la conclusione di una parte del lavoro psichico che impegna l’analista nel corso della sua vita.

La scrittura diviene un campo di creatività e di espressione dell’inconscio dell’analista come soggetto. Essa diviene un vero e proprio parallelo del processo psichico che porta alla maturazione e all’espressione di idee, concetti e fantasie. Ad esempio, pensare alle possibili risposte dell’altro al proprio lavoro scritto diviene parte del processo di autoanalisi, perché mette in scena il proprio mondo interiore, al di là di quanto si scrive: piacerà? Sarò rifiutato? Sarò criticato?

Maturare il proprio stile, scrivono Gabbard e Ogden, ha a che fare con la crescente capacità di cogliere il “ritmo” della seduta, facendo i conti con creatività dell’impossibilità di essere pronti a quello che emergerà dalle parole del paziente.

Sottolineano i due autori:
“La misura in cui l’analisi è ‘viva’ può dipendere dalla volontà e dalla capacità dell’analista di improvvisare, e di essere improvvisato dall’inconscio della relazione analitica.”

“Divenire analisti” sarebbe quindi possibile solo a partire dall’esperienza che ogni soggetto fa del proprio inconscio e dell’essere “umano”;

Possiamo riassumerlo così: a partire dalle fantasie di immortalità, fare i conti con l’essere mortali; dal desiderio di padronanza, accettare di “non essere padroni in casa nostra”; dalla brama di grandezza e completezza, assumere la necessità di essere in rapporto con l’altro;

L’articolo complete è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Glen O. Gabbard – “Il disagio del narcisismo”;
-Thomas Ogden – “Vite non vissute”;
-Gabbard e Ogden – “Diventare psicoanalisti”.

LA CONCLUSIONE DELLA PSICOANALISILa conclusione del trattamento analitico è un argomento di grande interesse e dibattito...
20/05/2026

LA CONCLUSIONE DELLA PSICOANALISI

La conclusione del trattamento analitico è un argomento di grande interesse e dibattito: quando possiamo dire che un’analisi è “conclusa”?

Abbiamo un primo elemento, di natura clinica, che possiamo indicare: ad un certo punto del trattamento, di fatto il paziente termina il trattamento, non domandando di proseguire oltre. Perché accade?

Possiamo dire che questo movimento, quando non dettato dalla sfiducia nei confronti del trattamento o dell’analista (drop-out), indica il raggiungimento di un certo equilibrio, ritenuto soddisfacente dall’analizzante.

Insomma, il paziente legittimamente può dire: “va bene così, mi fermo”.

Si tratta di un criterio “clinico”, che può avere (o meno) a che fare con, ad esempio, il superamento del sintomo o delle ragioni di sofferenza che hanno portato il paziente in analisi. Tuttavia, sappiamo che una delle scansioni fondamentali del trattamento è il passaggio dalla “domanda d’aiuto” alla “domanda di sapere” circa il proprio inconscio.

L’analisi “vera e propria” inizierebbe a seguito di questo passaggio.

La domanda di aiuto si esaurisce con il venir meno della sofferenza. La domanda di sapere è invece alimentata dall’incontro con l’enigma metaforico del sintomo che conduce in analisi.

Esiste quindi una conclusione dell’analisi che abbia a che fare con il sapere inconscio?

Già Sigmund Freud si era interrogato su questo tema, nel saggio intitolato “analisi terminale e interminabile” (1937).

Freud era consapevole della presenza di alcuni fattori che potevano rendere l’analisi “interminabile”. Tra questi, il padre della psicoanalisi indica la natura insuperabile del conflitto tra le tre istanze psichiche (Io, Es e Super Io), la “viscosità della libido” (cioè la tendenza psichica a mantenere vivi quei legami affettivi fonte di sofferenza) e l’azione inestirpabile della “pulsione di morte”.

Questi tre fattori determinerebbero l’allungamento indeterminato del trattamento. Nonostante questi ostacoli, Freud ipotizzava una possibile conclusione dell’analisi nel raggiungimento della cosiddetta “roccia della castrazione”, il punto oltre il quale diverrebbe impossibile procedere nell’analisi a causa della forza delle resistenze psichiche.

Anche Jacques Lacan, nel corso del suo insegnamento, ha cercato di individuare la fine del trattamento. Lacan desiderava individuare la “logica” del fine analisi in modo che fosse coerente con la struttura stessa dell’inconscio.

Negli anni, Lacan ha individuato diverse possibili “conclusioni dell’analisi”.

Il primo Lacan sottolineerà il “disinvestimento immaginario” a profitto della “posizione simbolica” del soggetto come possibile fine analisi. Cosa significa?

Il “Lacan classico” mette al centro della propria teoria la centralità del simbolico rispetto all’immaginario narcisistico. La rinuncia all’attaccamento all’immagine ideale dell’Io permetterebbe di assumere la posizione simbolica, come quella dell’analista.
Con l’esaurirsi dell’apparato significante, emerge la posizione di scarto (“sicut palea” – “come letame” dice San Tommaso d’Aquino dei propri scritti alla fine della sua vita, ), con lo svuotamento narcisistico dell’Io.

Nel testo intitolato “La direzione della cura”, Lacan indica nel passaggio dall’essere oggetto di desiderio a soggetto desiderante la chiave della fine dell’analisi. In gioco abbiamo quindi una scansione: da oggetto desiderato e bramato dall’Altro, a soggetto che si assume la piena responsabilità circa il proprio desiderio.

Frutto dell’analisi portata fino in fondo, sottolinea Lacan, sarebbe l’emergere del “desiderio dell’analista”, inteso come il desiderio di “fare emergere la differenza assoluto” da ogni altro che abita il soggetto in analisi. Un altro frutto della fine analisi sarebbe il “più di vita”, il pieno dispiegarsi del potenziale generativo del desiderio.

La fine dell’analisi sarebbe, in conclusione, il momento in cui il soggetto si identifica con la propria unicità; Lacan definisce questo passaggio “identificazione al sintomo”.

Per testimoniare degli effetti dell’analisi, Lacan ha ideato un dispositivo, tanto discusso quanto affascinante, denominato “passe”.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Sigmund Freud – “Analisi terminabile e interminabile”;
-Massimo Recalcati – “Jacques Lacan;
-Fausta Ferraro e Alessandra Garella – “In-fine”.

"Nelle parole dell'adolescenza"Progetto della Regione Campania di prevenzione e promozione della salute mentale18 maggio...
19/05/2026

"Nelle parole dell'adolescenza"

Progetto della Regione Campania di prevenzione e promozione della salute mentale
18 maggio 2026, Istituto "Sacro Cuore" di Posillipo.

Sempre insieme al Team di Jonas Napoli

Con il contributo super di Michele Angelo Rugo

MARCEL DUCHAMP E JACQUES LACANCome Pablo Picasso e Salvador Dalí, Marcel Duchamp fu tra gli artisti con cui Jacques Laca...
18/05/2026

MARCEL DUCHAMP E JACQUES LACAN

Come Pablo Picasso e Salvador Dalí, Marcel Duchamp fu tra gli artisti con cui Jacques Lacan ebbe rapporti personali di scambio e di reciproca influenza.

Duchamp venne invitato da Robert Lebel, autore della prima monografia sull’artista, nel 1958, al Seminario che il suo caro amico Jacques Lacan teneva all'ospedale di Sainte-Anne. Si trattava del quinto seminario, quell'anno dedicato alle “Formazioni dell'inconscio”.

In quello stesso anno, all'inizio di settembre, Lacan e Duchamp si incontrarono nuovamente a Barcellona. Poche settimane dopo, il 21 settembre, Teeny e Marcel Duchamp pranzarono a "La Prévôté", la casa di Lacan a Guitrancourt, dove lo psicoanalista si recava ogni domenica.

In quest'occasione, Duchamp vide “L'Origine du monde” di Gustave Courbet, opera che Lacan aveva acquistato nel 1955. L'inquadratura del dipinto avrebbe avuto un'influenza decisiva sulla composizione e la disposizione di “Étant donnés”, l'opera che l'artista stava sviluppando da oltre dieci anni nel suo studio di New York.

Lo stile visivo di Duchamp viene spesso richiamato dallo psicoanalista nei suoi Seminari e nelle sue lezioni. Lacan era particolarmente interessato alla questione del “ready-made”.

Durante una delle sessioni dedicate al quadro “Las Meninas” di Diego Velázquez nel suo Seminario XIII, “L'oggetto della psicoanalisi”, nel maggio 1966, Lacan si riferisce esplicitamente al contributo decisivo di Duchamp all’arte moderna:

“L'arte moderna ve lo illustra: un quadro, una tela con una semplice c***a sopra, una vera c***a... perché cos'altro è, in fondo, se non una grande macchia di colore? E questo si manifesta in un modo che è, in un certo senso, provocatorio, attraverso certi estremi della creazione artistica...
Il ready-made di Duchamp è tanto un quadro quanto un'opera d'arte, vale a dire la presentazione, davanti a voi, di un appendiabiti appeso a un'asta”

Nel 1974, a Roma, durante il suo intervento al VII Congresso della Scuola freudiana di Parigi, Lacan, rievocando la presentazione di René Tostain ("Ready-made e oggetto"), tornò su questa questione:

"L'interpretazione deve sempre essere [...] il ready-made di Marcel Duchamp. Almeno bisogna capirne qualcosa. L'elemento essenziale nel gioco di parole è ciò a cui la nostra interpretazione deve mirare, per non essere quella che alimenta il sintomo del significato."

L’interpretazione infatti non “aggiunge” ma imprime una torsione nelle parole del paziente, facendo emergere una scena inedita, senza per questo alterare il “testo del paziente”.

Nel dicembre del 1969, un anno dopo la morte di Duchamp, Lacan fu invitato da Michel Foucault al neonato Centro Universitario Sperimentale di Vincennes. Quando gli studenti lo interrogarono sul tema della protesta, Lacan questa volta fece riferimento alla celebre espressione di Duchamp:

"La protesta mi ricorda qualcosa che fu inventato, se non ricordo male, dal mio caro amico Marcel Duchamp: “Il celibe si fa il cioccolato da sé”.
Attenzione che il manifestante non si trasformi in cioccolato!"

Al di là dell'ironia di questa risposta, vale la pena notare che la formula di Duchamp è una sorta di commento al registro inferiore del suo “Grande Vetro” (1915-1923), opera che a sua volta anticipa ciò che Lacan avrebbe esposto qualche decennio dopo tramite il suo aforisma "Non c’è rapporto sessuale".

In gioco infatti c’è il tema della “macchina” e della surrealistica composizione che ognuno è chiamato ad inventare per far “funzionare il rapporto”, a partire dal fantasma, il “dispositivo” inconscio per eccellenza che muove dietro le quinte dell’inconscio l’esistenza del soggetto.

Sia Duchamp che Lacan hanno un acuto senso del gioco di parole. Ciononostante, rimane una sorprendente affinità tra il pensiero dell'artista e quello dello psicoanalista. Come possiamo non vedere nell'elenco che Duchamp elaborò nel 1912 per il suo “Trasformatore”, destinato a utilizzare piccole energie sprecate... l’anticipazione del valore dello scarto, ciò che Lacan stesso avrebbe elaborato come l’“oggetto scarto” in psicoanalisi con il suo “oggetto a”?

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
-Carla Subrizi – “Introduzione a Marcel Duchamp”;
-Jacques Lacan – “Il Seminario, libro V, Le formazioni dell’inconscio”;
-Jacques Lacan – “Il Seminario, Libro XIII, L’oggetto della psicoanalisi”.

SIGMUND FREUD E IL TEATRO DEL SOGNOSigmund Freud ha cambiato per sempre il rapporto dell’uomo con i propri sogni. A lung...
14/05/2026

SIGMUND FREUD E IL TEATRO DEL SOGNO

Sigmund Freud ha cambiato per sempre il rapporto dell’uomo con i propri sogni. A lungo il sogno è stato considerato alla stregua di uno scarto, un prodotto irrazionale della mente, privo di valore o significato.

Analizzando i propri sogni e quelli dei suoi pazienti, Freud ha scoperto nel sogno “la Via Regia per accedere all’inconscio”.

Il padre della psicoanalisi ha individuato alcuni “assiomi” nel lavoro psicoanalitico con i sogni.

Scrive Freud:
“So per esperienza, alla quale non ho trovato eccezioni, che ogni sogno tratta del sognatore stesso. I sogni sono completamente egoistici. Ogni volta che il mio Io non appare nel contenuto del sogno, ma c'è solo qualche sconosciuto, posso ritenere con sicurezza che il mio lo si cela mediante identificazione dietro a questa persona; posso inserire il mio lo nel contesto.”

Freud descrive la scena del sogno alla stregua di un teatro, sul cui palco tante diverse parti dell’Io del sognatore entrano in azione, ciascuna spinta da un moto diverso. Ciascuna componente dell’Io si maschera dietro ad un diverso “personaggio” del sogno.

Prosegue Freud:
“Altre volte, quando il mio lo appare nel sogno, la circostanza in cui appare può farmi capire che c'è qualche altra persona nascosta dietro di me per identificazione. In tal caso il sogno dovrebbe ammonirmi di trasferire su me stesso, durante l'interpretazione, l'elemento comune nascosto, che si riferisce a quella persona.”

Il sogno va quindi interpretato, perché è il risultato del lavoro di processi psichici inconsci che nascondono la “vera scena”, i moti di desiderio nascosti. Il lavoro analitico consiste in un processo di risalita, di riscoperta dell’inconscio (il contenuto latente) a partire dal conscio (il contenuto manifesto del sogno).

Il contenuto latente, considerato inaccettabile, viene mascherato tramite processi come la “condensazione” e lo “spostamento”.

Conclude Freud:
“Ci sono dei sogni in cui il mio Io appare insieme ad altre persone, che, quando si risolve l'identificazione, risultano essere di nuovo il mio Io. Grazie a queste identificazioni dovrei quindi essere in grado di portare il mio Io a contatto con determinate idee la cui accettazione è stata proibita dalla censura. Quindi il mio Io può essere rappresentato in un sogno parecchie volte, ora direttamente, ora mediante la identificazione con persone estranee.”

Il sogno svolge la fondamentale funzione di tutelare il sonno. Senza la “scena del sogno”, il conflitto intrapsichico tra le diverse istanze giungerebbe troppo vicino alla coscienza, determinando il mo***re dell’angoscia fino al risveglio.

Per scongiurare questo rischio, il sogno offre una soddisfazione parziale, mascherata, deviata ai moti pulsionali e ai conflitti, lasciando al soggetto l’arduo compito di “decifrarlo”.
Secondo Freud esistono tre grandi tipologie di sogno;

“I sogni ricadono in tre categorie, a seconda del loro atteggiamento nei confronti dell'appagamento di desiderio.

La prima categoria è costituita da quei sogni che rappresentano apertamente un desiderio più rari tra gli adulti.

In secondo luogo ci sono i sogni che esprimono non rimosso: si tratta dei sogni di tipo infantile che diventano sempre un desiderio rimosso con un travestimento: questi indubbiamente costituiscono la stragrande maggioranza dei nostri sogni e possono essere compresi solo con l'analisi.

Infine ci sono i sogni che rappresentano un desiderio rimosso, senza mascherarlo o con una maschera insufficiente. Questi ultimi sogni sono sempre accomunati dall'angoscia, che li interrompe.

In tal caso l'angoscia sostituisce la deformazione onirica, e nei casi della seconda categoria l'angoscia si evita solo grazie al lavoro onirico. Non è difficile dimostrare che il contenuto rappresentativo che produce l'angoscia era una volta un desiderio, che poi è stato rimosso.”

Come possiamo vedere il grado di deformazione del contenuto latente riflette la minacciosità dei pensieri e dei desideri rimossi; data l’intricato lavoro di mascheramento compiuto dall’apparato psichico, Freud non ha avuto dubbi nel paragonare il sogno al “rebus”.

Fino a dove può spingersi l’interpretazione di un sogno? Freud aveva colto l’esistenza di un punto limite, chiamato l’“ombelico del sogno”, oltre il quale l’interpretazione trova una resistenza insuperabile.

Tutte le citazioni freudiane di questo articolo provengono da “L’interpretazione dei sogni” (1900).

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
- Sigmund Freud – “L’interpretazione dei sogni”;
- Giuseppe Civitarese – “Il sogno necessario”;
- Vittorio Lingiardi – “L’ombelico del sogno”.

IL FANTASMA DI SALVADOR DALͫOgni mattina mi sveglio e, guardandomi allo specchio, provo sempre lo stesso ed immenso pia...
11/05/2026

IL FANTASMA DI SALVADOR DALÍ

«Ogni mattina mi sveglio e, guardandomi allo specchio, provo sempre lo stesso ed immenso piacere: quello di essere Salvador Dalí e mi domando, colmo di meraviglia, cosa farà ancora di prodigioso oggi questo Salvador Dalí. E ogni giorno mi è più difficile capire come gli altri possano vivere senza essere Gala o Salvador Dalí»

L’11 maggio del 1904 nasceva a Figueres, in Catalogna, Salvador Domingo Felipe Jacinto Dalí i Domènech. Eccentrico e stravagante, Dalí è stato uno dei protagonisti dell’arte e del surrealismo, dal punto di vista filosofico, artistico e performativo.

Cosa si nasconde dietro al talento e al desiderio sfrenato di Dalí di diventare l’artista più celebre del suo tempo e forse della storia dell’umanità?

Già alla nascita, il piccolo Salvador dovette fare i conti con un’eredità singolare: portare tanto il nome del padre quanto quello di un altro Salvador, un fratello maggiore morto bambino giusto 9 mesi prima della sua nascita. La concezione dell’artista ha luogo proprio nei giorni della perdita.

Dalí porta un nome, “Salvador”, che già di per sé impone a chi lo porta un fardello pesante.

Si racconta che i genitori, forse per il dolore insopportabile della perdita del fratello, portarono il piccolo Salvador alla tomba del fratello; gli raccontarono di essere la re-incarnazione del fratello perduto, tornato nel grembo materno sfuggendo così alla morte.

L’artista racconterà che la memoria del fratello sarà per lui come un fantasma che lo perseguiterà per il resto dei suoi giorni.

Nella sua infanzia il piccolo Salvador maturerà un particolare interesse per gli insetti, le larve e i corpi in decomposizione, elementi che, in varie forme, popoleranno le immagini oniriche delle sue opere.

Nel corso della sua vita, la principale ossessione di Dalí sarà quella di “realizzare il proprio nome”:

“Io credo di essere il salvatore dell’arte moderna, l’unico capace di sublimare, integrare e razionalizzare imperialmente e in bellezza tutte le esperienze rivoluzionarie dei tempi moderni, nella grande tradizione classica del realismo e del misticismo, che sono la missione suprema e gloriosa della Spagna”.

Pieno di orgoglio, scriverà che “Dalí in catalano vuol dire “desiderio”, enfatizzando così la sua missione, presente fin dalla nascita, di salvare l’arte incarnando ogni declinazione possibile del desiderio dell’erotismo.

Nell’ossessione di Dalí tuttavia possiamo rintracciare le tracce evidenti del lutto fallito che ha attraversato la sua famiglia; essere il “Salvador” non solo della sua famiglia, ma della Spagna intera e dell’arte tutta! L’idea grandiosa di sé può essere infatti interpretata come il ribaltamento maniacale, narcisistico e grandioso, della profonda melanconia legata al dramma della sua nascita.

Divenire un nome immortale, solo suo, riferito solo a sé, eliminando dalla scena il fardello dell’eredità paterna e del fantasma del fratello. Divenire immortale come antidoto per la morte che lo accompagna fin dalla nascita.

Ricordando il fratello, Dalí scriverà:

“Ci somigliavamo come due gocce d'acqua, ma rilasciavamo riflessi diversi. Probabilmente lui era una prima versione di me, ma concepito in termini assoluti”

Nella costruzione immaginaria di Dalí, l’unico essere umano alla sua altezza, se non superiore, era Gala (Elena Ivanovna Diakonova), un’espatriata russa di undici anni più grande di lui.

Elemento materno e complementare al suo narcisismo, Gala era così importante nella vita di Salvador che l’artista riteneva che “gli avvenimenti più importanti che possano accadere a un pittore contemporaneo sono due: 1. Essere spagnolo; 2. Chiamarsi Gala o Salvador Dalí”.

Gala sarà un supporto decisivo per Salvador, che nella moglie troverà una figura totale, da amare e idealizzare, in una fusione così intima da spingere l’artista a firmare le proprie opere “Gala-Salvador Dalí”. Gala sarà la prima a sostenere nell’ambiente surrealista il talento, fino ad allora considerato solo “eccentrico e pazzo” di Salvador, nell’ambiente surrealista.

L’articolo completo è disponibile sul sito.

Per approfondire:
- Salvador Dalí – “La mia vita segreta”;
- Salvador Dalí – “Diario di un genio”;
- Amanda Lear – “La mia vita con Dalí”.

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