12/09/2026
A volte la distanza è ciò che ci permette di cominciare a parlare.
Una parola in inglese può arrivare per abitudine. Altre volte, cambiando lingua, cambia anche il racconto: la voce si fa più ferma, una frase arriva fino in fondo, diventa possibile dire qualcosa che prima sembrava troppo.
Alcuni studi sulla memoria autobiografica mostrano che possiamo ricordare e raccontare le esperienze in modo diverso a seconda della lingua utilizzata. La ricerca sulle emozioni in chi parla più lingue suggerisce inoltre che la lingua appresa nell’infanzia può riattivare sensazioni più intense, mentre una lingua acquisita dopo può offrire una certa distanza emotiva.
Molto dipende dalla vita che abbiamo vissuto in ciascuna lingua: con chi siamo stati spontanei, quali parole ci hanno fatto vergognare, dove abbiamo imparato a chiedere, protestare o dire di no.
Con gli anni anche l’inglese si riempie di intimità, discussioni, affetti e perdite. Diventa una lingua nella quale ci sono accadute cose.
In seduta mi interessa ciò che succede proprio in questi passaggi. Quando una lingua permette di avvicinare un ricordo continuando a pensare, respirare e restare nella relazione, quella distanza ha una funzione preziosa. Può rendere raccontabile qualcosa che, sentito troppo da vicino, ci lascerebbe ancora senza parole.
Condividere l’italiano può creare familiarità, ma conoscere le parole di una persona è solo l’inizio. La terapia offre lo spazio per ascoltare ciò che quelle parole significano: le esperienze che evocano, le emozioni che proteggono, i silenzi che custodiscono.
Quando una lingua diventa davvero nostra, non serve solo a raccontare ciò che abbiamo vissuto: ci permette di incontrarlo con maggiore cura. A volte, proprio nella distanza tra una lingua e l’altra, troviamo lo spazio per avvicinarci a noi stessi.
C’è una parola o una frase che, passando dall’italiano all’inglese, cambia voce dentro di te?
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