Luca Franzon Osteopata

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Luca Franzon Osteopata Osteopatia, movimento e ascolto della persona. Ti aiuto a conoscere meglio il tuo corpo.

IL PIRIFORME: QUANDO IL DOLORE AL GLUTEO NON RESTA AL GLUTEO. 🧠⚡Ti è mai capitato di avvertire un dolore profondo nel gl...
29/10/2026

IL PIRIFORME: QUANDO IL DOLORE AL GLUTEO NON RESTA AL GLUTEO. 🧠⚡

Ti è mai capitato di avvertire un dolore profondo nel gluteo, di quelli difficili da localizzare, che peggiora quando rimani seduto a lungo e che, qualche volta, sembra scendere lungo la parte posteriore della gamba?

Magari durante un viaggio in macchina, una giornata davanti al computer o semplicemente mentre cerchi di rilassarti sul divano. Cominci a cambiare posizione, sposti il peso da un lato all’altro e ti domandi perché qualcosa di apparentemente così semplice come stare seduto sia diventato tanto fastidioso.

Il primo pensiero, spesso, è uno solo: «Sarà la sciatica. Avrò qualcosa alla schiena».

Ma se il problema, in alcuni casi, si trovasse altrove?

🔬 UN PICCOLO MUSCOLO, UN GRANDE NERVO E UNA RELAZIONE ANATOMICA SORPRENDENTE.

Il piriforme è un muscolo profondo della regione glutea che collega il sacro al grande trocantere del femore. Partecipa ai movimenti dell’anca e contribuisce al suo controllo durante le attività quotidiane.

Fin qui, nulla di particolarmente insolito.

Ma proprio nelle sue vicinanze passa una delle strutture nervose più importanti del nostro organismo: il nervo sciatico.

Normalmente il nervo passa al di sotto del piriforme. In alcune persone, però, una sua componente può addirittura attraversare il muscolo!

Una variante anatomica affascinante che non provoca necessariamente sintomi, ma che ci ricorda quanto il corpo umano possa essere diverso da persona a persona.

⚡ E QUANDO QUESTO EQUILIBRIO SI ALTERA?

In alcune condizioni, il nervo sciatico può essere irritato o compresso nella regione glutea profonda, dando origine a sintomi che possono ricordare quelli di una sciatalgia di origine lombare.

Dolore profondo nel gluteo, fastidio da seduti, irradiazione lungo la coscia e talvolta formicolii possono far parte di questo quadro.

Ma attenzione: NON TUTTO IL DOLORE AL GLUTEO DIPENDE DAL PIRIFORME. E NON TUTTA LA SCIATICA NASCE NELLA SCHIENA.

Oggi sappiamo che esistono diverse condizioni che possono coinvolgere lo spazio gluteo profondo e le strutture che lo attraversano.

Ecco perché limitarsi a massaggiare o allungare il piriforme, senza aver compreso il problema, non è sempre la scelta appropriata.

❤️ C’È POI UNA PARTE DI QUESTA STORIA CHE NON TROVI NEI LIBRI DI ANATOMIA.

È quella di chi comincia a scegliere dove sedersi in base al dolore. Di chi affronta un viaggio pensando alle pause che dovrà fare. Di chi si alza continuamente dalla sedia e finisce per considerare normale un fastidio che ormai accompagna ogni giornata.

«È la mia sciatica, ormai ci convivo».

Quante volte sentiamo questa frase?

Eppure dare un nome al dolore non significa necessariamente averne compreso la causa.

Nel mio lavoro di osteopata, ciò che considero fondamentale è proprio questo: non fermarmi al punto in cui una persona avverte dolore, ma ascoltare la sua storia, valutare il movimento e cercare di comprendere quali strutture possano essere coinvolte, riconoscendo quando siano necessari approfondimenti medici.

Perché due persone possono avere un dolore apparentemente identico, ma necessitare di percorsi completamente differenti.

✨ IL CORPO NON È UN INSIEME DI PEZZI ISOLATI. È UN SISTEMA STRAORDINARIAMENTE COMPLESSO, NEL QUALE ANCHE UNA PICCOLA STRUTTURA PUÒ AVERE UN RUOLO IMPORTANTE.

E il piriforme ce lo ricorda in maniera sorprendente.

💛 E ORA UNA DOMANDA PER TE.

Hai mai provato quel dolore profondo nel gluteo che peggiora quando rimani seduto e sembra, a volte, scendere lungo la gamba?

📩 Se ti riconosci in questa situazione, scrivimi in privato la parola PIRIFORME. Ti darò le informazioni per prenotare una valutazione osteopatica individuale e capire se il mio approccio possa essere utile per la tua problematica.

📍 Ricevo su appuntamento a Ferrara, Bologna, Imola, Cesena e Padova.

Luca Franzon | Osteopata

🔄 Condividi questo post con qualcuno che soffre di quella che chiama da sempre «la mia sciatica».

A volte la scoperta più importante non è trovare subito una risposta, ma cominciare a farsi la domanda giusta.

STRINGI I DENTI, ALZI LE SPALLE, TRATTIENI IL RESPIRO. TI SEI MAI CHIESTO PERCHÉ? Ti è mai capitato di arrivare a sera c...
28/10/2026

STRINGI I DENTI, ALZI LE SPALLE, TRATTIENI IL RESPIRO. TI SEI MAI CHIESTO PERCHÉ?

Ti è mai capitato di arrivare a sera con la mandibola indolenzita, il collo rigido, le spalle pesanti e quella strana sensazione di non riuscire a fare un respiro veramente profondo?

Magari non hai fatto alcuno sforzo particolare. Non hai sollevato pesi, non hai corso una maratona, non hai svolto un lavoro fisicamente impegnativo. Eppure ti senti stanco, contratto, quasi come se avessi trascorso l’intera giornata a sostenere qualcosa di invisibile.

E forse, in un certo senso, è proprio così.

Perché mentre la mente è occupata a organizzare, decidere, preoccuparsi, risolvere problemi e prendersi cura degli altri, il corpo continua a rispondere a ciò che stiamo vivendo.

E lo fa attraverso meccanismi molto più complessi e affascinanti di quanto immaginiamo.

Ma cosa possono avere in comune la mandibola, le spalle e il diaframma, tre regioni anatomiche apparentemente così diverse?

La risposta ci porta direttamente al nostro sistema nervoso.

🧠 IL SISTEMA NERVOSO: QUANDO IL CORPO SI PREPARA AD AFFRONTARE IL MONDO

Il nostro organismo possiede un’incredibile capacità di adattamento. Quando percepiamo una situazione come impegnativa o minacciosa, il cervello coordina una serie di risposte che coinvolgono il sistema nervoso autonomo, il sistema endocrino, la respirazione e l’attività muscolare.

In determinate condizioni può aumentare l’attivazione simpatica, il cuore può accelerare, il ritmo respiratorio modificarsi e alcuni muscoli possono diventare più attivi.

È una risposta fisiologica, utile e necessaria.

Il problema nasce quando determinate condizioni si ripetono frequentemente e il nostro organismo fatica a recuperare.

E soprattutto quando ciò che percepiamo come impegnativo non è un pericolo fisico, ma qualcosa che appartiene alla nostra quotidianità: una scadenza, una preoccupazione economica, una discussione, una responsabilità familiare, il desiderio di non deludere nessuno o quella sensazione di dover essere sempre presenti, disponibili, efficienti.

Il sistema nervoso non reagisce soltanto agli eventi esterni, ma anche al significato che attribuiamo loro.

Ed è qui che comincia la nostra storia anatomica.

🦷 LA MANDIBOLA: QUANDO LA CONCENTRAZIONE FINISCE TRA I DENTI

Il massetere, il temporale e gli pterigoidei sono i principali muscoli coinvolti nella masticazione. La loro attività dipende da sofisticati meccanismi di controllo motorio nei quali il nervo trigemino svolge un ruolo fondamentale.

Questi muscoli non lavorano soltanto quando mangiamo o parliamo.

In alcune persone, durante situazioni di concentrazione o tensione emotiva, può comparire un’attività mandibolare involontaria caratterizzata dal serramento dei denti o dal mantenimento di una contrazione muscolare prolungata.

Ti è mai successo mentre guidavi, lavoravi al computer o cercavi di risolvere un problema?

A volte ce ne accorgiamo soltanto quando compare un fastidio: mandibola affaticata, tensione alle tempie, dolore nella regione del viso o una sensazione di rigidità al risveglio.

È importante ricordare che il bruxismo, soprattutto quello notturno, è un fenomeno multifattoriale e non può essere attribuito automaticamente allo stress.

Ma esiste un aspetto interessante: il nostro comportamento muscolare può cambiare anche senza che ne siamo pienamente consapevoli.

E questo non riguarda soltanto la mandibola.

💪 IL TRAPEZIO: QUELLE SPALLE CHE SEMBRANO NON VOLER SCENDERE MAI

Il trapezio superiore e l’elevatore della scapola partecipano al controllo del cingolo scapolare, mentre numerosi muscoli cervicali contribuiscono alla stabilizzazione e al movimento della testa.

Sono strutture fondamentali per la nostra vita quotidiana, ma la loro attività non dipende esclusivamente dai movimenti che decidiamo volontariamente di compiere.

Durante situazioni di carico mentale, concentrazione prolungata o stress, alcune persone mostrano modificazioni dell’attività muscolare nella regione cervicale e delle spalle.

Ecco perché puoi trascorrere ore seduto davanti a un computer e ritrovarti con il collo più affaticato di quanto ti aspetteresti.

Non è necessariamente una questione di postura sbagliata.

Entrano in gioco la durata delle attività, la variabilità dei movimenti, la capacità di recupero, la qualità del sonno, il carico fisico e quello psicologico.

Il corpo non è progettato per rimanere immobile in una posizione perfetta. È progettato per muoversi, adattarsi e alternare attività e recupero.

E qualche volta, quando siamo assorbiti da ciò che dobbiamo fare, dimentichiamo persino di muoverci.

🫁 IL DIAFRAMMA: IL MUSCOLO CHE ACCOMPAGNA OGNI NOSTRO MOMENTO

Il diaframma è il principale muscolo inspiratorio. Quando si contrae, modifica il volume della cavità toracica, contribuendo alla creazione delle condizioni pressorie necessarie all’ingresso dell’aria nei polmoni.

Ma la respirazione non è un gesto meccanico isolato.

È regolata da circuiti nervosi complessi ed è influenzata dall’attività fisica, dalle emozioni, dallo stato di vigilanza e dalle necessità metaboliche dell’organismo.

In alcune condizioni di stress possiamo respirare più velocemente, modificare la profondità degli atti respiratori oppure aumentare il coinvolgimento dei muscoli respiratori accessori.

Tra questi troviamo gli scaleni e lo sternocleidomastoideo, muscoli situati proprio nella regione cervicale.

Ed ecco un collegamento particolarmente interessante: alcuni muscoli del collo partecipano sia al movimento e al controllo della testa sia alla respirazione, soprattutto quando le richieste ventilatorie aumentano.

Questo non significa che ogni cervicalgia sia causata dal diaframma o che modificare il respiro possa risolvere qualunque dolore.

Significa, piuttosto, che il controllo respiratorio e quello muscolare condividono una relazione funzionale che merita di essere considerata.

🔗 TRE REGIONI LONTANE, UN ORGANISMO CHE LAVORA INSIEME

La mandibola è coinvolta nella masticazione e in numerose attività orofacciali. Il trapezio partecipa al movimento e al controllo del cingolo scapolare. Il diaframma sostiene una funzione vitale come la respirazione.

Funzioni differenti, strutture differenti, meccanismi differenti.

Eppure tutte possono risentire, in modi diversi, delle modificazioni dello stato psicofisico.

Il collegamento non è necessariamente una misteriosa catena anatomica che unisce ogni parte del corpo.

È qualcosa di ancora più affascinante: l’integrazione continua tra sistema nervoso, movimento, respirazione e comportamento.

Il cervello non organizza la nostra vita soltanto attraverso pensieri ed emozioni. Coordina anche le risposte attraverso le quali interagiamo con l’ambiente.

Ecco perché osservare il corpo significa considerare non soltanto ciò che fa, ma anche le condizioni nelle quali lo fa.

❤️ QUANDO TI ABITUI ALLA TENSIONE, FINISCI PER NON ASCOLTARLA PIÙ

Nel mio studio incontro persone che convivono da tempo con disturbi muscoloscheletrici e tensioni ricorrenti.

Persone che si svegliano già con il collo rigido, che arrivano a sera con le spalle pesanti, che serrano i denti senza rendersene conto o che faticano a ritagliarsi un momento di recupero.

Ma c’è una frase che mi colpisce ogni volta che la sento:

«Ormai ci sono abituata, per me è normale».

Ed è proprio questa parola, normale, che mi fa riflettere.

Perché quando una sensazione ci accompagna per tanto tempo, rischiamo di considerarla semplicemente parte di noi.

Ci abituiamo a convivere con il fastidio, a modificare piccoli gesti per evitarlo, a rinunciare a determinate attività oppure a raccontarci che passerà quando finalmente avremo un po’ di tempo.

Ma quel tempo, molto spesso, lo riserviamo a tutto e a tutti, tranne che a noi stessi.

E vorrei chiarire una cosa importante: non sto dicendo che ogni tensione sia provocata dallo stress, che il dolore nasconda necessariamente un’emozione o che basti rilassarsi per stare meglio.

Il dolore è un’esperienza complessa e può dipendere da numerosi fattori biologici, psicologici e sociali. Ogni sintomo persistente merita di essere compreso, senza conclusioni affrettate.

È proprio per questo che, nel mio lavoro di osteopata, cerco di non fermarmi esclusivamente alla regione in cui compare il disturbo.

Osservo il movimento, valuto la funzione muscoloscheletrica, considero la respirazione, ascolto le abitudini e la storia della persona che ho davanti, cercando di individuare gli elementi sui quali possa essere utile intervenire e riconoscendo quando siano necessari altri approfondimenti professionali.

Perché due persone possono avere lo stesso dolore, ma non necessariamente lo stesso problema.

E soprattutto non hanno mai esattamente la stessa storia.

✨ IL CORPO NON È SOLTANTO QUELLO CHE VEDI ALLO SPECCHIO. È ANCHE IL MODO IN CUI VIVI LE TUE GIORNATE.

Adesso vorrei proporti un piccolo esperimento.

Mentre leggi queste ultime righe, porta l’attenzione alla mandibola. I denti sono serrati oppure leggermente separati? Osserva le spalle: sono rilassate o le stai mantenendo sollevate? E il respiro? È tranquillo oppure ti accorgi soltanto adesso di averlo modificato?

Non devi correggere nulla e non devi cercare una postura perfetta.

Limitati a osservare.

Perché a volte cominciare a stare meglio significa anche imparare a riconoscere ciò che prima passava inosservato.

E forse il nostro corpo, prima ancora di chiederci di fare qualcosa, merita che impariamo a prestargli attenzione.

💛 E ADESSO VORREI PARLARE PROPRIO A TE.

Se ti sei riconosciuto in queste parole, se il collo rigido, le spalle contratte o le tensioni mandibolari sono diventati compagni abituali delle tue giornate, non dare per scontato che debba essere necessariamente così.

Non sempre serve imparare a sopportare meglio un disturbo. A volte serve comprendere meglio da cosa possa dipendere e quali possibilità abbiamo per affrontarlo.

Perché ogni persona merita di essere ascoltata, prima ancora di essere trattata.

DOVE MI TROVI
Ricevo su appuntamento negli studi di Ferrara, Bologna, Imola, Cesena e Padova.

📞 Telefono: 335 588 4012

𝗜𝗟 𝗗𝗢𝗟𝗢𝗥𝗘 𝗣𝗜𝗨̀ 𝗙𝗔𝗧𝗜𝗖𝗢𝗦𝗢 𝗡𝗢𝗡 È 𝗦𝗘𝗠𝗣𝗥𝗘 𝗤𝗨𝗘𝗟𝗟𝗢 𝗖𝗛𝗘 𝗦𝗘𝗡𝗧𝗜. È 𝗤𝗨𝗘𝗟𝗟𝗢 𝗔 𝗖𝗨𝗜 𝗗𝗘𝗩𝗜 𝗦𝗘𝗠𝗣𝗥𝗘 𝗣𝗘𝗡𝗦𝗔𝗥𝗘.Ci sono persone che non ricord...
27/10/2026

𝗜𝗟 𝗗𝗢𝗟𝗢𝗥𝗘 𝗣𝗜𝗨̀ 𝗙𝗔𝗧𝗜𝗖𝗢𝗦𝗢 𝗡𝗢𝗡 È 𝗦𝗘𝗠𝗣𝗥𝗘 𝗤𝗨𝗘𝗟𝗟𝗢 𝗖𝗛𝗘 𝗦𝗘𝗡𝗧𝗜. È 𝗤𝗨𝗘𝗟𝗟𝗢 𝗔 𝗖𝗨𝗜 𝗗𝗘𝗩𝗜 𝗦𝗘𝗠𝗣𝗥𝗘 𝗣𝗘𝗡𝗦𝗔𝗥𝗘.

Ci sono persone che non ricordano più l’ultima volta che si sono alzate dal letto senza chiedersi come sarebbe andata la giornata.

Prima di chinarsi, ci pensano. Prima di sollevare qualcosa, ci pensano. Prima di accettare una passeggiata, ci pensano.

Il dolore magari non è fortissimo. Qualche giorno sembra persino scomparire.

Ma rimane una domanda, sempre la stessa: «E se poi mi torna?»

E così, lentamente, non è soltanto il corpo a cambiare. Cambia il modo di vivere.

Si comincia a rinunciare a piccoli gesti, a evitare alcuni movimenti, a organizzare la giornata intorno a qualcosa che non avremmo mai voluto diventasse così importante.

Nel mio lavoro di osteopata incontro anche questa dimensione del dolore.

E quando una persona mi racconta che ha smesso di giocare con suo figlio, di correre, di fare giardinaggio o semplicemente di dormire serenamente, capisco quanto sia importante non fermarsi alla zona dolorante.

Perché una cervicale non è soltanto una cervicale quando ti impedisce di guidare serenamente.

Una schiena non è soltanto una schiena quando ti fa rinunciare alle cose che ami.

Per questo, durante una valutazione, mi interessa conoscere non soltanto il sintomo, ma anche la storia della persona, le sue difficoltà e quello che desidera tornare a fare.

Non tutti i dolori possono essere risolti con un trattamento manuale. Ma ogni persona merita una valutazione attenta, spiegazioni comprensibili e un percorso appropriato alla propria situazione.

𝗣𝗘𝗥𝗖𝗛É 𝗔 𝗩𝗢𝗟𝗧𝗘 𝗜𝗟 𝗩𝗘𝗥𝗢 𝗢𝗕𝗜𝗘𝗧𝗧𝗜𝗩𝗢 𝗡𝗢𝗡 È 𝗦𝗢𝗟𝗧𝗔𝗡𝗧𝗢 𝗦𝗘𝗡𝗧𝗜𝗥𝗘 𝗠𝗘𝗡𝗢 𝗗𝗢𝗟𝗢𝗥𝗘. È 𝗧𝗢𝗥𝗡𝗔𝗥𝗘 𝗔 𝗙𝗔𝗥𝗘 𝗟𝗘 𝗖𝗢𝗦𝗘 𝗦𝗘𝗡𝗭𝗔 𝗗𝗢𝗩𝗘𝗥𝗖𝗜 𝗦𝗘𝗠𝗣𝗥𝗘 𝗣𝗘𝗡𝗦𝗔𝗥𝗘.

💬 E tu? C’è qualcosa che un dolore ti ha fatto smettere di fare?

Mi piacerebbe leggere la tua esperienza.

Luca Franzon | Osteopata

📍 Ferrara · Bologna · Imola · Cesena · Padova
📞 335 588 4012

𝗜𝗟 𝗖𝗢𝗥𝗣𝗢 𝗖𝗛𝗘 𝗔𝗕𝗜𝗧𝗜𝗔𝗠𝗢. 𝗟𝗢 𝗦𝗖𝗛𝗘𝗠𝗔 𝗖𝗢𝗥𝗣𝗢𝗥𝗘𝗢 𝗧𝗥𝗔 𝗡𝗘𝗨𝗥𝗢𝗦𝗖𝗜𝗘𝗡𝗭𝗘 𝗘 𝗢𝗦𝗧𝗘𝗢𝗣𝗔𝗧𝗜𝗔.Forse il viaggio più difficile della nostra vita...
26/10/2026

𝗜𝗟 𝗖𝗢𝗥𝗣𝗢 𝗖𝗛𝗘 𝗔𝗕𝗜𝗧𝗜𝗔𝗠𝗢. 𝗟𝗢 𝗦𝗖𝗛𝗘𝗠𝗔 𝗖𝗢𝗥𝗣𝗢𝗥𝗘𝗢 𝗧𝗥𝗔 𝗡𝗘𝗨𝗥𝗢𝗦𝗖𝗜𝗘𝗡𝗭𝗘 𝗘 𝗢𝗦𝗧𝗘𝗢𝗣𝗔𝗧𝗜𝗔.

Forse il viaggio più difficile della nostra vita non è quello che ci porta lontano, ma quello che ci riconduce dentro noi stessi.

Esiste un corpo che tutti possono vedere. Ha una forma, un peso, una postura, una storia scritta nei gesti e nei movimenti. È quello che incontriamo allo specchio, che vestiamo ogni mattina, che accompagniamo al lavoro e che, troppo spesso, cominciamo ad ascoltare soltanto quando qualcosa fa male.

Ma esiste anche un altro corpo.

Un corpo invisibile agli occhi, eppure incredibilmente presente. È quello che il nostro cervello costruisce e aggiorna continuamente, permettendoci di sapere dove si trovano le nostre mani anche quando non le guardiamo, di raggiungere un oggetto senza dover calcolare ogni distanza, di camminare nell’oscurità riconoscendo la posizione delle nostre gambe.

È il nostro schema corporeo. E forse rappresenta una delle più straordinarie forme di intimità che possediamo con noi stessi.

𝗜𝗟 𝗖𝗘𝗥𝗩𝗘𝗟𝗟𝗢 𝗡𝗢𝗡 𝗔𝗕𝗜𝗧𝗔 𝗨𝗡 𝗖𝗢𝗥𝗣𝗢. 𝗜𝗠𝗣𝗔𝗥𝗔 𝗖𝗢𝗡𝗧𝗜𝗡𝗨𝗔𝗠𝗘𝗡𝗧𝗘 𝗔 𝗖𝗢𝗡𝗢𝗦𝗖𝗘𝗥𝗟𝗢.

Lo schema corporeo non è una fotografia anatomica conservata nella memoria. È una rappresentazione dinamica, costruita dall’integrazione delle informazioni che arrivano dai muscoli, dalle articolazioni, dalla pelle, dalla vista e dal sistema vestibolare.

Ogni movimento contribuisce ad aggiornarla.

Quando solleviamo un braccio, quando cambiamo posizione, quando impariamo una danza o ritroviamo l’equilibrio dopo essere inciampati, il sistema nervoso utilizza queste informazioni per organizzare il movimento.

È una conoscenza silenziosa.

Non dobbiamo pensare a ogni muscolo per abbracciare qualcuno. Non dobbiamo studiare la posizione delle dita per accarezzare un volto. Non dobbiamo osservare continuamente i piedi per attraversare una stanza.

Il corpo conosce molti gesti prima ancora che la coscienza trovi le parole per descriverli.

Ed è in questa apparente semplicità che si nasconde qualcosa di meraviglioso.

𝗤𝗨𝗔𝗡𝗗𝗢 𝗜𝗟 𝗗𝗢𝗟𝗢𝗥𝗘 𝗖𝗔𝗠𝗕𝗜𝗔 𝗜𝗟 𝗠𝗢𝗗𝗢 𝗜𝗡 𝗖𝗨𝗜 𝗖𝗜 𝗦𝗘𝗡𝗧𝗜𝗔𝗠𝗢.

A volte basta un dolore persistente perché il rapporto con una parte del nostro corpo cambi.

Una spalla che prima si muoveva spontaneamente diventa qualcosa da sorvegliare. Una schiena che ci sosteneva senza chiedere attenzione diventa il centro delle nostre preoccupazioni. Un ginocchio dopo un infortunio può apparirci meno affidabile, anche quando alcuni tessuti hanno già recuperato.

Il movimento perde parte della sua naturalezza. Cominciamo ad anticipare il dolore, a controllare gesti che prima erano automatici, a evitare ciò che temiamo possa farci male.

La ricerca sul dolore mostra che, in alcune condizioni, possono modificarsi la percezione corporea e i processi sensori-motori. Non accade nello stesso modo a tutti e non significa che ogni dolore nasca da uno schema corporeo alterato.

Ma ci ricorda una cosa importante.

Il dolore non modifica soltanto quello che facciamo. A volte modifica anche il modo in cui percepiamo ciò che siamo capaci di fare.

E qui il discorso diventa profondamente umano.

Perché perdere fiducia in un movimento può voler dire rinunciare a una passeggiata, smettere di ballare, evitare di prendere in braccio un nipote o guardare una scala come fosse diventata improvvisamente una montagna.

Non stiamo parlando soltanto di articolazioni.

Stiamo parlando di libertà.

𝗟𝗢 𝗦𝗖𝗛𝗘𝗠𝗔 𝗖𝗢𝗥𝗣𝗢𝗥𝗘𝗢 𝗘 𝗟’𝗜𝗠𝗠𝗔𝗚𝗜𝗡𝗘 𝗖𝗛𝗘 𝗔𝗕𝗕𝗜𝗔𝗠𝗢 𝗗𝗜 𝗡𝗢𝗜.

Esiste una distinzione affascinante tra schema corporeo e immagine corporea.

Il primo riguarda soprattutto le rappresentazioni sensori-motorie che ci permettono di agire. La seconda comprende il modo in cui percepiamo, pensiamo e viviamo emotivamente il nostro corpo.

Sono dimensioni differenti, ma possono influenzarsi.

Possiamo possedere un corpo perfettamente capace di muoversi e sentirlo inadeguato. Possiamo aver recuperato una funzione dopo un infortunio e continuare a percepirci fragili. Possiamo guardarci allo specchio e vedere soltanto ciò che è cambiato, dimenticando tutto quello che quel corpo continua a permetterci di vivere.

E allora mi viene da pensare che una delle forme più profonde di benessere sia riuscire a riconoscere il proprio corpo non soltanto per ciò che mostra, ma per ciò che rende possibile.

Le mani non sono soltanto ossa, muscoli e tendini. Sono ciò con cui abbiamo stretto altre mani.

La schiena non è soltanto una successione di vertebre. È ciò che ci permette di piegarci verso qualcuno che amiamo.

Le gambe non sono soltanto leve biomeccaniche. Sono quelle che ci hanno portato verso incontri, partenze, ritorni.

Questa è poesia, naturalmente, non una definizione scientifica. Ma è una poesia che nasce da qualcosa di reale: il movimento dà forma alla nostra esperienza del mondo.

𝗜𝗡 𝗢𝗦𝗧𝗘𝗢𝗣𝗔𝗧𝗜𝗔 𝗡𝗢𝗡 𝗜𝗡𝗖𝗢𝗡𝗧𝗥𝗢 𝗦𝗢𝗟𝗧𝗔𝗡𝗧𝗢 𝗨𝗡 𝗖𝗢𝗥𝗣𝗢. 𝗜𝗡𝗖𝗢𝗡𝗧𝗥𝗢 𝗨𝗡𝗔 𝗣𝗘𝗥𝗦𝗢𝗡𝗔 𝗖𝗛𝗘 𝗟𝗢 𝗔𝗕𝗜𝗧𝗔.

Quando una persona entra nel mio studio, porta con sé molto più di una cervicalgia, di una lombalgia o di una limitazione articolare.

Porta le sue aspettative, le sue abitudini, le esperienze precedenti con il dolore e, qualche volta, la paura di non riuscire più a fare ciò che ama.

L’osservazione del movimento, la valutazione clinica, il dialogo e, quando appropriato, il trattamento manuale diventano parte di un percorso che non dovrebbe limitarsi alla ricerca del tessuto dolorante.

Le esperienze sensoriali, l’esercizio progressivo e il recupero della fiducia nel movimento possono contribuire a migliorare funzione e percezione corporea.

Non significa che le mani dell’osteopata possano riscrivere magicamente lo schema corporeo. Significa riconoscere che il sistema nervoso è plastico, che il movimento può essere appreso e che il recupero passa anche attraverso nuove esperienze di sicurezza e capacità.

Il mio obiettivo non è insegnare al corpo quale forma debba avere. È aiutare la persona, quando possibile, a ritrovare le possibilità di movimento che il dolore aveva reso difficili.

𝗙𝗢𝗥𝗦𝗘 𝗡𝗢𝗡 𝗗𝗢𝗕𝗕𝗜𝗔𝗠𝗢 𝗥𝗜𝗧𝗥𝗢𝗩𝗔𝗥𝗘 𝗜𝗟 𝗖𝗢𝗥𝗣𝗢 𝗗𝗜 𝗣𝗥𝗜𝗠𝗔. 𝗗𝗢𝗕𝗕𝗜𝗔𝗠𝗢 𝗜𝗠𝗣𝗔𝗥𝗔𝗥𝗘 𝗔𝗗 𝗔𝗕𝗜𝗧𝗔𝗥𝗘 𝗤𝗨𝗘𝗟𝗟𝗢 𝗗𝗜 𝗢𝗚𝗚𝗜.

Il corpo cambia con gli anni, con le esperienze, con l’allenamento, con la maternità, con gli infortuni, con la vita.

Non rimane identico a se stesso.

E forse non dovrebbe nemmeno essere questo il nostro desiderio.

Perché dentro ogni cambiamento esiste anche la possibilità di apprendere, di adattarsi, di costruire un rapporto nuovo con il movimento.

Pensiamo sempre che prenderci cura del corpo significhi correggerlo, rafforzarlo, allungarlo, rimetterlo in ordine.

Qualche volta significa semplicemente tornare ad ascoltarlo senza giudicarlo.

Scoprire che una parte di noi che credevamo fragile è ancora capace. Che un movimento evitato per paura può essere recuperato gradualmente. Che non dobbiamo necessariamente combattere contro ogni sensazione per sentirci di nuovo a casa.

Perché il corpo non è soltanto il luogo in cui viviamo. È il luogo attraverso cui viviamo.

E forse il rapporto più bello che possiamo costruire con lui non è pretendere che rimanga sempre giovane, forte e senza dolore.

È imparare a conoscerlo, rispettarlo e accompagnarlo mentre cambia.

Come si fa con qualcuno che amiamo davvero.

Perché, in fondo, abitare il proprio corpo significa imparare a non sentirsi mai stranieri dentro se stessi.

💬 Ti è mai capitato, dopo un dolore o un infortunio, di non fidarti più di un movimento che prima facevi senza pensarci?

Mi piacerebbe conoscere la tua esperienza.

Luca Franzon | Osteopata

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𝗖𝗛𝗜 𝗦𝗜 𝗣𝗥𝗘𝗡𝗗𝗘 𝗖𝗨𝗥𝗔 𝗗𝗜 𝗖𝗛𝗜 𝗦𝗜 𝗣𝗥𝗘𝗡𝗗𝗘 𝗖𝗨𝗥𝗔 𝗗𝗜 𝗧𝗨𝗧𝗧𝗜?Ci sono persone che ricordano tutto.L’orario delle medicine di un geni...
24/10/2026

𝗖𝗛𝗜 𝗦𝗜 𝗣𝗥𝗘𝗡𝗗𝗘 𝗖𝗨𝗥𝗔 𝗗𝗜 𝗖𝗛𝗜 𝗦𝗜 𝗣𝗥𝗘𝗡𝗗𝗘 𝗖𝗨𝗥𝗔 𝗗𝗜 𝗧𝗨𝗧𝗧𝗜?

Ci sono persone che ricordano tutto.

L’orario delle medicine di un genitore, gli impegni dei figli, le scadenze del lavoro, il compleanno di un’amica, perfino quello che manca nel frigorifero.

Ricordano le necessità di tutti, ma spesso dimenticano le proprie.

Sono quelle persone che, quando chiedi loro come stanno, rispondono «Bene, grazie» ancora prima di averci pensato.

Non perché stiano davvero bene.

Ma perché hanno imparato a non disturbare nessuno con la propria stanchezza.

Le riconosci facilmente. Sono quelle su cui puoi sempre contare, quelle che trovano una soluzione quando gli altri vedono soltanto un problema, quelle che riescono a sorridere anche nelle giornate in cui avrebbero soltanto voglia di chiudere la porta e non dover essere indispensabili a nessuno.

E sai qual è la cosa più triste?

Che a forza di essere il punto di riferimento di tutti, finiscono per non avere più un posto dove appoggiarsi.

Perché chi sostiene gli altri, qualche volta, avrebbe bisogno di essere sostenuto.

Nel mio lavoro incontro spesso persone così.

Arrivano per una cervicale che non dà tregua, per una schiena che limita i movimenti, per una tensione muscolare che sembra non concedere riposo.

Mi raccontano del loro dolore, di quando è cominciato, di quello che non riescono più a fare.

Poi, mentre parliamo, emerge anche il resto.

Le notti interrotte, le giornate senza pause, le responsabilità che sembrano moltiplicarsi e quella frase che conosco fin troppo bene:

«Non posso fermarmi. Ho troppe cose da fare.»

E ogni volta mi viene da pensare a quanto sia diventato normale considerare il proprio benessere qualcosa di secondario.

Come se prendersi cura di sé fosse un lusso da concedersi soltanto quando tutto il resto è stato sistemato.

Ma il resto, nella vita, non è mai davvero sistemato.

C’è sempre qualcuno che ha bisogno, qualcosa da risolvere, una nuova preoccupazione che prende il posto della precedente.

E così si rimanda.

Si rimanda il riposo, si rimanda quella visita, si rimanda una passeggiata, si rimanda perfino il piacere di fare qualcosa senza doverne giustificare l’utilità.

Non significa che ogni dolore nasca dallo stress o dalle emozioni. Il dolore è complesso, ha cause differenti e merita sempre un’attenta valutazione.

Ma c’è una cosa che gli anni trascorsi ad ascoltare le persone mi hanno insegnato.

Non possiamo prenderci cura soltanto della parte del corpo che fa male, dimenticandoci della persona che quel corpo lo abita.

Perché dietro una schiena dolorante c’è una persona con una storia, delle abitudini, delle paure, delle responsabilità e, soprattutto, dei bisogni che meritano attenzione.

E forse dovremmo imparare a farci una domanda diversa.

Non soltanto «Quanto riesco ancora a fare?», ma «Quanto spazio sto lasciando a me stesso mentre faccio tutto questo?».

Vorrei che soprattutto le persone abituate a essere forti capissero una cosa.

Non devono dimostrare ogni giorno di riuscire a sopportare tutto.

Non devono guadagnarsi il diritto di riposare.

Non devono aspettare che qualcuno si accorga della loro fatica per riconoscere che esiste.

E soprattutto non devono sentirsi in colpa quando, per una volta, scelgono se stesse.

Perché c’è una differenza enorme tra essere presenti per gli altri ed essere assenti dalla propria vita.

E forse una delle forme più importanti di amore verso chi ci sta accanto è imparare a non abbandonare noi stessi.

Vorrei lasciarti con un pensiero.

Se una persona a cui vuoi bene si trattasse ogni giorno con la stessa poca attenzione che riservi a te stesso, non le diresti forse che merita di più?

Allora perché per te dovrebbe essere diverso?

Non aspettare di non farcela più per concederti il diritto di stare bene.

Anche tu sei una persona di cui vale la pena prendersi cura.

E non devi dimostrare niente a nessuno per meritarlo.

Luca Franzon | Osteopata

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𝗟𝗔 𝗟𝗜𝗡𝗚𝗨𝗔 𝗡𝗢𝗡 𝗦𝗘𝗥𝗩𝗘 𝗦𝗢𝗟𝗢 𝗔 𝗣𝗔𝗥𝗟𝗔𝗥𝗘. 𝗘 𝗣𝗢𝗧𝗥𝗘𝗕𝗕𝗘 𝗥𝗔𝗖𝗖𝗢𝗡𝗧𝗔𝗥𝗧𝗜 𝗠𝗢𝗟𝗧𝗢 𝗗𝗜 𝗣𝗜𝗨̀ 𝗦𝗨𝗟 𝗧𝗨𝗢 𝗖𝗢𝗥𝗣𝗢 𝗗𝗜 𝗤𝗨𝗔𝗡𝗧𝗢 𝗜𝗠𝗠𝗔𝗚𝗜𝗡𝗜.C’è una strutt...
23/10/2026

𝗟𝗔 𝗟𝗜𝗡𝗚𝗨𝗔 𝗡𝗢𝗡 𝗦𝗘𝗥𝗩𝗘 𝗦𝗢𝗟𝗢 𝗔 𝗣𝗔𝗥𝗟𝗔𝗥𝗘. 𝗘 𝗣𝗢𝗧𝗥𝗘𝗕𝗕𝗘 𝗥𝗔𝗖𝗖𝗢𝗡𝗧𝗔𝗥𝗧𝗜 𝗠𝗢𝗟𝗧𝗢 𝗗𝗜 𝗣𝗜𝗨̀ 𝗦𝗨𝗟 𝗧𝗨𝗢 𝗖𝗢𝗥𝗣𝗢 𝗗𝗜 𝗤𝗨𝗔𝗡𝗧𝗢 𝗜𝗠𝗠𝗔𝗚𝗜𝗡𝗜.

C’è una struttura del tuo corpo che lavora praticamente tutto il giorno. Si muove quando parli, partecipa alla deglutizione, collabora alla gestione del cibo e contribuisce al funzionamento delle vie aeree.

Eppure, probabilmente, non ti sei mai chiesto quanto sia importante.

La lingua.

Siamo abituati a considerarla uno strumento del gusto e della parola. Ma la lingua è molto più di questo: è un complesso sistema muscolare, straordinariamente mobile, che dialoga continuamente con mandibola, osso ioide, faringe e sistema nervoso.

E alcune di queste connessioni sono davvero affascinanti.

𝗟’𝗢𝗦𝗦𝗢 𝗖𝗛𝗘 𝗦𝗘𝗠𝗕𝗥𝗔 𝗦𝗢𝗦𝗣𝗘𝗦𝗢 𝗡𝗘𝗟 𝗡𝗨𝗟𝗟𝗔

Sotto la mandibola esiste un piccolo osso a forma di ferro di cavallo: l’osso ioide.

Ha una caratteristica particolare. Non si articola direttamente con le altre ossa, ma viene mantenuto in posizione da muscoli e legamenti.

È coinvolto nei movimenti della lingua, nella deglutizione e nella coordinazione delle strutture della gola.

Quando deglutisci, lingua, ioide e laringe partecipano a una sequenza di movimenti sorprendentemente precisa.

Un gesto che compi centinaia di volte al giorno, senza quasi accorgertene.

𝗟𝗔 𝗠𝗔𝗡𝗗𝗜𝗕𝗢𝗟𝗔 𝗘 𝗜𝗟 𝗖𝗢𝗟𝗟𝗢: 𝗨𝗡 𝗗𝗜𝗔𝗟𝗢𝗚𝗢 𝗖𝗢𝗡𝗧𝗜𝗡𝗨𝗢

Hai mai notato che nei periodi particolarmente impegnativi tendi a stringere i denti?

Oppure che, dopo ore davanti al computer, senti la mandibola affaticata e il collo rigido?

I muscoli della masticazione, quelli della regione cervicale e le strutture coinvolte nella deglutizione partecipano ad attività differenti, ma devono coordinarsi durante numerosi gesti quotidiani.

Non significa che una lingua contratta sia necessariamente la causa della cervicalgia. Significa che, quando valutiamo una persona, può essere utile osservare anche come utilizza la mandibola e le strutture circostanti.

Perché il luogo in cui senti un sintomo non racconta sempre tutta la storia.

𝗘 𝗜𝗟 𝗡𝗘𝗥𝗩𝗢 𝗩𝗔𝗚𝗢?

Qui arriva una delle parti più interessanti, ma anche una delle più fraintese.

Il nervo vago partecipa a numerose funzioni, comprese alcune attività della faringe e della laringe. Il movimento della maggior parte dei muscoli della lingua, invece, dipende principalmente dal nervo ipoglosso.

Quindi no, ti**re fuori la lingua quindici volte non equivale a premere un interruttore del nervo vago.

La fisiologia è molto più complessa.

Esistono esercizi orofaringei specifici utilizzati in determinati percorsi riabilitativi, ma non abbiamo prove che una semplice sequenza di protrusioni della lingua possa eliminare lo stress, risolvere il dolore cervicale o rilassare automaticamente tutto il corpo.

𝗜𝗟 𝗣𝗜𝗨̀ 𝗚𝗥𝗔𝗡𝗗𝗘 𝗘𝗥𝗥𝗢𝗥𝗘 È 𝗖𝗘𝗥𝗖𝗔𝗥𝗘 𝗨𝗡 𝗠𝗨𝗦𝗖𝗢𝗟𝗢 𝗖𝗢𝗟𝗣𝗘𝗩𝗢𝗟𝗘

Nel mio lavoro di osteopata, quando incontro una persona con dolore cervicale, tensioni mandibolari o limitazioni del movimento, non mi interessa trovare a tutti i costi un muscolo nascosto che spieghi ogni disturbo.

Mi interessa capire come quella persona si muove, quali attività le provocano dolore, come dorme, come utilizza la mandibola e quali fattori possono contribuire al suo problema.

In alcuni casi è opportuno coinvolgere anche il dentista, uno specialista ORL o altri professionisti sanitari.

Perché osservare il corpo nella sua globalità non significa attribuire tutto a una sola causa.

Significa riconoscere che strutture diverse possono collaborare, senza inventare collegamenti che l’anatomia non dimostra.

𝗙𝗔𝗜 𝗨𝗡𝗔 𝗣𝗜𝗖𝗖𝗢𝗟𝗔 𝗣𝗥𝗢𝗩𝗔

In questo momento, senza modificare nulla, porta l’attenzione alla tua bocca.

I denti sono serrati oppure leggermente separati? Stai premendo la lingua con forza contro il palato? Le labbra sono rilassate? Stai respirando tranquillamente?

Non devi cercare una posizione perfetta, né forzare un movimento.

Limitati a osservare.

Perché qualche volta diventare più consapevoli delle proprie abitudini è il primo passo per riconoscere comportamenti che ripetiamo senza rendercene conto.

Il corpo non ha sempre bisogno di essere corretto. A volte ha bisogno di essere compreso.

E la lingua, così piccola rispetto al resto del corpo, ci ricorda una cosa straordinaria:

𝗡𝗢𝗡 𝗘̀ 𝗟𝗔 𝗗𝗜𝗠𝗘𝗡𝗦𝗜𝗢𝗡𝗘 𝗗𝗜 𝗨𝗡𝗔 𝗦𝗧𝗥𝗨𝗧𝗧𝗨𝗥𝗔 𝗔 𝗗𝗘𝗧𝗘𝗥𝗠𝗜𝗡𝗔𝗥𝗡𝗘 𝗟’𝗜𝗠𝗣𝗢𝗥𝗧𝗔𝗡𝗭𝗔. 𝗘̀ 𝗜𝗟 𝗥𝗨𝗢𝗟𝗢 𝗖𝗛𝗘 𝗦𝗩𝗢𝗟𝗚𝗘 𝗡𝗘𝗟𝗟’𝗜𝗡𝗦𝗜𝗘𝗠𝗘.

💬 E tu? Ti sei mai accorto di stringere i denti o tenere la mandibola contratta quando sei concentrato o sotto stress?

Sono curioso di leggere le tue risposte.

Luca Franzon | Osteopata

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