14/10/2026
Il ghosting, come altri tipi di rifiuto, sembra aumentare lo status di chi lo commette.
“Se mi ha rifiutato, vale più di me”
E ciò accresce l’attaccamento verso la persona che è sparita, la quale appare incredibilmente attraente e irraggiungibile.
(Inoltre, ossessionati come siamo dagli anglicismi, chiamarlo “ghosting” ha contribuito a farne qualcosa di cool).
Con l’estrema diffusione del ghosting si abdica alla socialità di buon senso, alle buone norme relazionali, facendo dell’abbandono e della solitudine fenomeni positivi.
Solitudine che - anche "grazie" a una certa divulgazione psicologica - è divenuta un trend da celebrare. Il ghosting ne è un figlio, che viene interpretato come un atto di potere, di chi sa stare da solo, di chi non ha bisogno di nulla, di chi non dipende da nessuno.
Una follia culturale: il rinnegamento della necessarietà dell’Altro, della condivisione, della convivialità. I tratti che più contraddistinguono la nostra umanità.
Ma dietro questo gesto si nascondono realtà ben più complesse. Il ghosting si fa per ragioni diverse, che perlopiù non hanno nulla a che fare con la presunta superiorità di chi ghosta. Anzi.
Spesso chi ghosta è una persona poco assertiva. Banalmente, qualcuno che non ha il coraggio di comunicare quello che pensa e che prova. (Incredibile, quella persona che sembrava talmente superiore da rifiutarti senza nemmeno degnarsi di comunicartelo... in realtà è una persona di scarse abilità sociali!)
In altre occasioni, chi ghosta è qualcuno che non ha il coraggio di impegnarsi in una relazione.
Altre volte è semplicemente una persona irrispettosa, ed è una fortuna che si sia tolta di mezzo.
Purtroppo, grazie alla “normalizzazione” tanto cara alla psicologia pop, abbiamo normalizzato un gesto che invece andrebbe definito per quello che è: maleducazione e mancanza di abilità sociali.