Dott. Alberto Fistarollo

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Dott. Alberto Fistarollo Psicologo psicoterapeuta, psicologo dello sport

Il ghosting, come altri tipi di rifiuto, sembra aumentare lo status di chi lo commette. “Se mi ha rifiutato, vale più di...
14/10/2026

Il ghosting, come altri tipi di rifiuto, sembra aumentare lo status di chi lo commette.

“Se mi ha rifiutato, vale più di me”

E ciò accresce l’attaccamento verso la persona che è sparita, la quale appare incredibilmente attraente e irraggiungibile.

(Inoltre, ossessionati come siamo dagli anglicismi, chiamarlo “ghosting” ha contribuito a farne qualcosa di cool).

Con l’estrema diffusione del ghosting si abdica alla socialità di buon senso, alle buone norme relazionali, facendo dell’abbandono e della solitudine fenomeni positivi.

Solitudine che - anche "grazie" a una certa divulgazione psicologica - è divenuta un trend da celebrare. Il ghosting ne è un figlio, che viene interpretato come un atto di potere, di chi sa stare da solo, di chi non ha bisogno di nulla, di chi non dipende da nessuno.
Una follia culturale: il rinnegamento della necessarietà dell’Altro, della condivisione, della convivialità. I tratti che più contraddistinguono la nostra umanità.

Ma dietro questo gesto si nascondono realtà ben più complesse. Il ghosting si fa per ragioni diverse, che perlopiù non hanno nulla a che fare con la presunta superiorità di chi ghosta. Anzi.

Spesso chi ghosta è una persona poco assertiva. Banalmente, qualcuno che non ha il coraggio di comunicare quello che pensa e che prova. (Incredibile, quella persona che sembrava talmente superiore da rifiutarti senza nemmeno degnarsi di comunicartelo... in realtà è una persona di scarse abilità sociali!)

In altre occasioni, chi ghosta è qualcuno che non ha il coraggio di impegnarsi in una relazione.

Altre volte è semplicemente una persona irrispettosa, ed è una fortuna che si sia tolta di mezzo.

Purtroppo, grazie alla “normalizzazione” tanto cara alla psicologia pop, abbiamo normalizzato un gesto che invece andrebbe definito per quello che è: maleducazione e mancanza di abilità sociali.

La Sedentarietà Cognitiva è un concetto (che mi sono inventato 😅) che rappresenta gli effetti sul nostro cervello delle ...
11/10/2026

La Sedentarietà Cognitiva è un concetto (che mi sono inventato 😅) che rappresenta gli effetti sul nostro cervello delle continue deleghe alla tecnologia.

Esattamente come accade con la sedentarietà fisica, in cui abbiamo delegato il movimento a strumenti come automobili, monopattini, ascensori, scale mobili, ecc. così oggi “scarichiamo” attività mentale all’esterno, lasciando fare alla tecnologia ciò che prima svolgevamo autonomamente.

Ogni volta che deleghiamo un compito mentale a strumenti esterni, diamo un chiaro messaggio al nostro cervello: puoi risparmiare energia. In tal modo, le nostre capacità cognitive vengono depotenziate.

“Use it or lose it”

Il nostro rapporto con l’intelligenza artificiale è il culmine di questo processo.

Ne parleremo ancora…

Per il momento, grazie a MIND - Il festival della formazione per l’opportunità e la sempre ottima organizzazione!

09/10/2026

Ci vediamo domani!

30/09/2026

La psicologia si è fissata con la procrastinazione.

A volte la procrastinazione è patologica, vero.

Tuttavia, se ne parla troppo, a tal punto da pensare che procrastinare rappresenti più un problema sociale che individuale (ragione per cui, storicamente, alcune condizioni vengono considerate più allarmanti e impellenti di altre).

Il procrastinatore è fuori tempo e fuori dal tempo. Incarna una brusca frenata, un sassolino in un ingranaggio sociale ossessionato dalla velocità, dalle routine mattutine, dal "lo faccio fare all'AI mentre lavoro a qualcos'altro", dalla mindfulness come strumento di efficienza, dallo small talk.

Ma se non vivessimo in un'epoca tormentata dalla produttività, dal fare di più (degli altri) e prima (degli altri), dal ritmo dis-umano adattatosi ai ritmi della macchina...Troveremmo ugualmente così grave la tendenza a procrastinare?

Quanta libertà in quel "Lo farò dopo" 😌

31/08/2026

Sono cresciuto in una cultura in cui la vanità era piuttosto bersagliata, in cui se facevi un po’ il figo venivi subito considerato, se ti andava bene, un poser.

Del resto, molti rituali erano originariamente finalizzati a tenere a bada la vanità (dal ridimensionamento del trionfo del generale vittorioso nell’antica Roma, agli scherzi umilianti che subisce il neolaureato).

Oggi la vanità è assolutamente approvata, poiché i nuovi media l’hanno resa quotidiana, onnipresente.
Parlare a uno schermo, per un pubblico composto perlopiù da sconosciuti, con assoluta noncuranza delle circostanze. Il contesto reale svanisce, così le emozioni come vergogna, imbarazzo, umiliazione… poiché ciò che conta è soltanto al di là dello schermo.

Un pubblico da cui ricevere in cambio simboli, scritte, numeri. Byte.
Non calore, non affetto, non contatto, non approvazione reale.

Tutto il grosso bagaglio che ci contraddistingue come animali profondamente sociali – attenzione condivisa, empatia, teoria della mente – viene messo da parte a favore di simulazioni.
Si parla, si balla, si recita davanti a uno schermo senza preoccuparsi di cosa penserà la persona reale lì a fianco, come reagiranno i passanti, senza immaginare le reazioni altrui, senza percepire alcuna emozione sociale.

Le persone reali svaniscono di fronte al pubblico virtuale.
La reputazione conta soltanto se online.

Il nostro cervello ha la grande abilità di non discriminare accuratamente tra realtà e immaginazione, cosicché possiamo farci bastare simulazione di affetto, simulazioni di accettazione, simulazioni di apprezzamento.

Inevitabilmente, perdendo abilità sociali.

E non è colpa dei genitori assenti, della scuola che non insegna le emozioni, della mancanza di valori o dei giovani d’oggi.

Con i medesimi mezzi a disposizione, avremmo fatto lo stesso negli anni ’60-‘70-‘80-‘90.

Sono i media digitali, costruiti sulle nostre caratteristiche, ad aver alimentato un mercato dell’attenzione su cui si innestano i nostri innati bisogni di accettazione e incremento di status.

I social sono soltanto un subdolo memento di quanto siamo animali.

Fino a qualche secolo fa si riteneva che gli asini avessero 4 zampe per aiutare gli uomini nei trasporti, o che il vento...
21/08/2026

Fino a qualche secolo fa si riteneva che gli asini avessero 4 zampe per aiutare gli uomini nei trasporti, o che il vento avesse la funzione di favorire la navigazione delle barche a vela.
Il mondo veniva interpretato in funzione dell’Uomo.

Il concetto filosofico della scala naturae, prevedeva che il mondo fosse organizzato secondo una precisa gerarchia (rocce, piante, altri animali…) in cima alla quale, guarda caso, ci saremmo stati noi umani.
Questo atteggiamento antropocentrico, nonostante la scienza ormai vada in direzione opposta, è tutt’ora molto diffuso.

Gli umani sono esseri, non animali. Gli unici dotati di anima, razionalità, volontà, morale.

L’”eccezionalismo umano”, così definito dall’antropologa Donna Haraway, ha portato a credere che vi sia una netta separazione tra noi e le altre specie, in virtù soprattutto delle nostre superiori qualità, della nostra superiore intelligenza, agenti al centro del mondo ma decentrati rispetto alle dinamiche naturali che coinvolgono il resto degli organismi.

Eppure, oggi sappiamo benissimo che gli umani sono il prodotto di processi evoluzionistici comuni a tutte le altre specie.

Anche altri animali provano emozioni.
Anche altri animali producono cultura.
Altri animali hanno abilità superiori agli umani e riescono molto meglio di essi in diversi compiti.

Tuttavia, perché ancora oggi ci ostiniamo a credere alla visione antropocentrica?

Perché se dovessimo ammettere che siamo solo degli animali, che anche la nostra mente è biologica, che le nostre motivazioni dipendono in larga parte da retaggi evoluzionistici, che ciò che siamo è marcatamente influenzato dalla genetica… tutto ciò andrebbe a ridimensionare l’immagine che abbiamo di noi stessi, riportandoci con i piedi per terra.

Ci piace - e ci rassicura - pensare a noi stessi come esseri a metà strada tra il terreno e lo spirituale, tra l’animale e il divino, svincolati dalla biologia e dai retaggi evoluzionistici, finanche dalla morte.
Caratteristiche che mai attribuiremmo ad altri animali, nei quali riconosciamo invece esclusivamente materia organica, istinti, biologia.

L’antropocentrismo, il distacco dalla natura, la convinzione di possedere una mente immateriale, o un cervello razionale, sono elementi che ci consentono di mantenere una delle più profonde illusioni umane: l’autodeterminazione, ovverosia la convinzione di essere totalmente in controllo di sé stessi, dei propri pensieri, delle proprie azioni.

Soltanto una prospettiva simile può permettere alla nostra società di diffondere la menzogna che “volere è potere”.
Ed è per questo che uno dei fattori più influenti per il benessere psicologico, da perseguire soprattutto in psicoterapia, è invece una sana accettazione di sé.

Il nostro benessere, ciò che pensiamo, ciò che percepiamo… non è mai assoluto.Tutto è in relazione a ciò che riteniamo d...
12/08/2026

Il nostro benessere, ciò che pensiamo, ciò che percepiamo… non è mai assoluto.
Tutto è in relazione a ciò che riteniamo dovrebbe essere o a come potrebbe essere.
Senza la consapevolezza di questi “dovrebbe” e “potrebbe”, la nostra vita andrebbe bene così com’è.

Altrimenti, non si spiegherebbe come siamo sopravvissuti in passato e com’è possibile che ci lamentiamo oggi; ascoltando i racconti di un tempo, troviamo bambini che percorrevano chilometri a piedi per andare a scuola con pesanti zaini sulle spalle, famiglie che vivevano in case con temperature prossime allo zero, persone che hanno vissuto la fame, la sete, carestie, persone isolate per anni di guerra dai propri affetti, persone che sono vissute per l’intera esistenza in mezzo ai pericoli, tra predatori e guerre… Eppure si tratta della stessa specie che oggi si infuria se la consegna Amazon tarda di un giorno.

Aumentare la disponibilità di beni materiali, condurre una vita più comoda, incrementare la quantità di tecnologia, velocizzare i processi… Tutto ciò - che in assoluto potremmo definire come un miglioramento - migliora davvero il nostro benessere?

Se così fosse, dovremmo pensare che oggi, nelle società moderne, industrializzate e tecnologiche, le persone siano estremamente felici, mentre nel resto del mondo, e in tutto il nostro percorso evolutivo, le persone siano e siano state estremamente infelici.

Non è così, ovviamente.

Oggi viviamo nell’epoca più rapida, tecnologica e comoda della storia, eppure i livelli di disagio psicologico sono al massimo.
Poiché la nostra esperienza è sempre relativa.
Il nostro benessere dipende da ciò che pensiamo debba e possa essere, quindi in relazione a ciò che sappiamo esista e al confronto tra la nostra situazione attuale e quella potenziale.

In assoluto, andare più veloce, avere di più, produrre di più... migliora il benessere soltanto per brevissimo tempo. Presto l’effetto svanisce, ci abituiamo, in virtù dell’estrema flessibilità della nostra specie.

La percezione di come stiamo è sempre relativa a come stanno gli altri; ma oggi gli altri non sono più le persone che ci hanno circondato fino a qualche tempo fa - famigliari, amici, conoscenti, compagni di scuola o lavoro -.
Gli altri oggi sono tutto il mondo; i social network hanno permesso di ampliare enormemente il confronto sociale, in maniera tale che possiamo sempre trovare un modo per sentirci inferiori: economicamente, socialmente, professionalmente, a livello di status, a livello estetico…

È sempre il confronto a far male.

Inoltre, stiamo guardando dalla parte sbagliata. Il benessere umano non ha nulla a che fare con velocità, produttività, beni materiali, istantaneità dell’esperienza… Ma con la qualità delle relazioni, la percezione di senso, l’accettazione di sé...

Tutti elementi che la nostra società, per qualche ragione, contrasta con forza.

La relazione con le macchine algoritmiche sta influenzando il nostro modo di percepire la realtà. Sempre più ciò che fac...
26/06/2026

La relazione con le macchine algoritmiche sta influenzando il nostro modo di percepire la realtà. Sempre più ciò che facciamo, ciò che vogliamo e ciò che siamo è divenuto misurabile. I dati rappresentano un’estensione della nostra percezione, poiché questa non sembra più sufficiente a comprendere la complessità del mondo.

Pensiamo a come è cambiato il discorso attorno allo sport: la percezione del tifoso ormai non conta più nulla, poiché la partita viene frammentata in mille variabili, percentuali e statistiche che dicono La Verità. Chi determina chi ha giocato bene o chi ha giocato male? Non più l’occhio esperto, ma i dati, i quali sempre più entrano nella partita, durante la partita, come componente cognitiva ma anche percettiva.

La partita si è raffreddata, passando da essere un evento emotivo, soggettivo, narrativo, a una collezione di numeri che danno valore a uno spettacolo altrimenti non oggettivabile.

Le macchine stanno progressivamente rubandoci la fiducia in noi stessi: tutto può essere messo in dubbio e disconfermato dai dati, i quali hanno sempre ragione. La realtà viene frammentata dalle macchine in numeri, che solo le macchine possono tradurre in realtà. Tale processo porta al rapido declassamento e atrofizzazione dell’umana esperienza, dell’intuito, della conoscenza.

La Sedentarietà Cognitiva è un fenomeno reale, quotidiano, crescente, che impatta su molteplici aspetti della nostra quo...
12/06/2026

La Sedentarietà Cognitiva è un fenomeno reale, quotidiano, crescente, che impatta su molteplici aspetti della nostra quotidianità, della nostra salute e anche della prestazione sportiva.

A The Coach Experience ho cercato di trasmettere come la plasticità cerebrale, che ha caratterizzato il successo della nostra specie, manifesti notevoli effetti collaterali in un ecosistema digitale.

Sappiamo già da diverse ricerche che l’attività sportiva, soprattutto tra i giovani, può risentirne negativamente.

E’ stato un piacere parlarne in una sala piena, con tecnici e colleghi attenti, partecipi, che “sentono” il problema.

Ringrazio Associazione Italiana Allenatori Calcio e la collega Psicologia Sportiva - Barbara Rossi per l’invito.

Alla prossima!

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Mira
30034

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